Gosford Park

27 agosto 2005

Robert Altman, l'attivissimo regista di Nashville e America oggi, oggi ottantenne, in questo suo capolavoro sembra divertirsi a fondere Agatha Christie e La regola del gioco di Renoir. Impressiona soprattutto la direzione degli attori, tra i quali il bolso Ryan Philippe è lasciato vagare come una mina, ma va benissimo visto che anche il suo personaggio stona costantemente in mezzo a tutti gli altri, e visto che dovrebbe interpretare un mediocre attorucolo americano che cerca di farsi passare per scozzese.


La regia di Altman è infinitamente più elegante dell'alta società che ritrae con distaccato sarcasmo. I veri eroi qui sono i servi: appartengono a loro i drammi più interessanti, i segreti più intriganti, i caratteri più energici. Non a caso sono gli unici in grado di agire, o addirittura di prevenire gli eventi, invece di limitarsi a sopravvivere abbandonandosi all'imprevedibilità del caso.


Altman ambienta tutta la vicenda nel 1932 e nel ritrarre, tra i molti personaggi, un curioso trio gay ricorre a tutte le studiate reticenze, le allusioni lessicali, gli accenni trattenuti che erano tipici del cinema hollywoodiano classico nel trattare l'omosessualità, in quello che sembra alla fine un curioso esercizio filologico, pienamente legittimo visto che i tre personaggi in questione da quel mondo provengono. Sono infatti un grande attore (Ivor Novello), un produttore di successo (Weissman) e un giovane aspirante attore (Henry).

Tre stranieri in un ritrovo di inglesi purosangue, che per altro disprezzano il cinema per dovere snobistico. La loro è dunque una diversità molteplice: sono omosessuali, sono americani, lavorano per campare, non vanno a caccia (il fatto che Weissman sia vegetariano è considerata una calamità) e appartengono a un mondo che, a differenza dell'alta borghesia, non nasconde la sua falsità. Sono in qualche modo a metà strada tra servi e padroni e con la loro involontaria azione di disturbo (per esempio Weissman con le sue rumorose telefonate o Novello quando suona e canta durante la partita di Bridge) rappresentano un moderato attentato a un ordine sociale in cui faticano a inserirsi.


A collegare i due mondi è soprattutto Henry, non a caso oggetto sia di tentativi di normalizzazione (anche sessuale) sia del massimo disprezzo da parte di tutti per essersi fatto passare per un valletto quando in realtà è un aspirante attore con un passato di prostituto bisessuale ("è quello per cui sono famoso a Los Angeles, la discrezione..."). Emerge chiaramente che è stato l'amante di Weissman, sebbene ora cerchi di costruirsi una carriera di playboy eterosessuale.

Secondo quanto dichiarato alla presentazione del film dal suo interprete (Ryan Philippe, che aveva già interpretato un personaggio gay nella soap Una vita da vivere), Henry in realtà cercherebbe solo di "compensare" la sua omosessualità seducendo donne "per convincersi di essere ancora virile in qualche modo".


Avrebbe dovuto esserci un'ulteriore sequenza con Weissman e Henry in cui la loro relazione emergeva in modo più chiaro, tramite la misurata gelosia di Weissman, consolato da un Novello che lasciava intuire la sua stessa omosessualità, che invece nel montaggio definitivo non emerge.

La può intuire quindi solo chi si ricordi del "vero" Ivor Novello, visto che si tratta dell''unico personaggio storico del film. Negli anni '20 e nei primi anni '30 Novello godette di un breve ma intenso successo come attore, più per via della sua bellezza latina che per le sue capacità professionali, condividendo la scena e l'entusiasmo del pubblico femminile con Rodolfo Valentino e Ramon Navarro.

Ma Novello portò avanti anche una fortunata carriera di compositore di canzoni e musical, anche se oggi è difficile pensare che ci furono anni in cui fu persino più fortunato e famoso del suo eterno rivale, Noel Coward.

Sebbene Novello fosse una star per ragazzine, la sua omosessualità era risaputa e non lo si vedeva quasi mai in giro senza il suo compagno Robert Andrews, anch'egli attore.

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