La tana del serpente bianco

24 settembre 2005

Lo stile sovraccarico caratteristico di Ken Russell e l'eccentricità di molte sue opere spiegano i continui alti e bassi della sua carriera.

Qui siamo di fronte a uno dei suoi punti più bassi. La tana del serpente bianco è un pasticcio dove seriosità e ironia, kitsch e camp, riferimenti psicanalitici e loro caricatura si alternano con poca cognizione di causa. Il problema non è il trionfo di cattivo gusto cui siamo chiamati ad assistere, ma la pochezza di idee (e di mezzi) che non è in grado di sostenerlo per dargli un senso e trasformarlo, come accade in altri film di Russell (pensiamo a I diavoli), in scelta estetica precisa e consapevole.


Tutto si riduce così a un normale horror di serie B, con qualche pretesa di troppo nella manierata contrapposizione tra crisitanesimo e culto pagano e tra religiosità e sessualità, affidata a una vamp da varietà il cui erotismo prorompente si esprime in una camminata che si può solo sperare caricaturale e in venature lesbiche che non sono certo una gran novità. Infatti, visto che il personaggio della donna-serpente non è altro che una variante poco originale di Dracula e soci (non a caso il film è tratto da un racconto di Bram Stoker, l'autore appunto di Dracula), Russell non fa che proporre l'ennesima variante della lesbica vampira.

Sono due le sequenze in cui le venature lesbiche si fanno evidenti: quella in cui la signorina serpentofila, che in precedenza aveva già staccato a morsi il pene di un povero ragazzino, deve testare con un dildo gigantesco la verginità della ragazza da dare in pasto al dio serpente, e il finale, quando avvicina la vergine di nuovo con il grottesco dildone, questa volta montato su un'imbragatura.


Disperato l'encefalogramma della recitazione: il giovane Hugh Grant, reduce da Maurice, è l'unico a salvarsi, il che è tutto dire...

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