Scappare fortissimo

7 maggio 2013

Scapare fortissimo!” (con una “p” sola) è una delle frasi che ricorrono nei dialoghi affettuosi e un po’ stralunati fra il protagonista di questo romanzo e i suoi gatti: gli unici esseri che dimostri di amare con trasporto profondo e sincero. Per il resto, Giovanni Prati è un piemontese nato poco dopo la Seconda Guerra Mondiale da una famiglia contadina, che fin da giovane di è allontanato dalle sue radici culturali ed ha vissuto una giovinezza caotica negli anni della contestazione, prima di approdare, al pari di tanti altri lottatori e maestri di rivoluzioni, ad una posizione di dirigente d’una multinazionale, mansione probabilmente poco meritata benché forse svolta con efficienza; l’unica costante in una vita arida e in continua fuga, oltre all’amore per la sua famiglia felina, è l’attività di predatore nei confronti dei ragazzi più belli che vede nei diversi paesi del mondo in cui passa: non importa se sono italiani di buona famiglia, marchettari romeni o cinesi enigmatici. Giovanni è innamorato della bellezza dei ragazzi: non degli uomini della sua età; solo di ragazzi giovanissimi. Con loro, peraltro, come con amici e amiche e colleghi, egli non riesce a costruire alcun rapporto duraturo; nemmeno col bellissimo Manu, torinese come lui, che presto gli sfugge di mano.
In una certa misura, la vita del Nostro rispecchia perciò quella d’una generazione sempre in fuga, tanto brillante nelle apparenze quanto sconfitta, di fatto, nella sostanza della propria umanità. E d’altronde nemmeno siamo sicuri della sincerità totale della narrazione, perché le idee e i ricordi del protagonista potrebbero essere anche distorti da un’incipiente demenza senile, da lui paventata e lucidamente intravista in certe sospensioni e falle della sua memoria. Purtroppo tuttavia il romanzo non mi sembra scritto molto felicemente: da un lato suona un po’ “costruito” e insincero (soprattutto l’erotismo ha qualcosa di freddo e distante), dall’altro pecca d’una certa prolissità, che forse (come anche il passato prossimo narrativo, che qui schiaccia sul presente perfino i ricordi più lontani) vorrebbe riprodurre gli andamenti d’un pensiero senescente, travolto da fantasie ricorrenti e fissazioni, ma sfortunatamente finisce invece, qua e là, per ingenerare un certo tedio. Il compianto Pier Vittorio Tondelli scrisse da qualche parte che i giovani scrittori italiani gli parevano più dei buoni fotografi di scena che bravi registi: ecco, Moretti, pur essendo un romanziere esordiente tutt’altro che giovane (Tondelli era nato dopo di lui), sa dipingere singole scene molto gustose, ma non le sa sempre ordire in un arazzo che colpisca, attragga e sappia piacere nel suo complesso. Anche la lingua è a tratti sapida e a tratti opaca e convenzionale. Almeno in un caso diviene anche involontariamente comica: “Da tempo penso che due siano le peggiori disgrazie che possano capitare a un ragazzo, al giorno d’oggi: diventare tossico e incontrare una delle associazioni legate alla Signora Teocon e ai suoi amici preti sulla strada della disintossicazione”. Preti che si disintossicano? Mah.
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autoretitologenereanno
Luca BaldoniParole tra gli uomini, Lepoesia2012

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