Josh, ti presento Geoffrey

4 maggio 2013

Per percepire l’aspetto comico di Josh Thomas ci si può anche fermare alla soglia della sua esteriorità: la forma fisica di una pera cotta, atteggiamento e abbigliamento da damerino, una camminata blasé, “un viso da neonato cinquantenne” (come lui stesso lo descrive). Di anni l’australiano Thomas ne ha appena 25, ma è già un attore molto noto in patria – e questa serie televisiva è la rielaborazione di un suo spettacolo teatrale di successo.

Tutto ha inizio con la rottura tra Josh e Claire, la sua fidanzatina del liceo, nel momento in cui Josh fa coming out (o meglio, Claire gli dice che l’ha capito). Nel frattempo la madre di Josh è trasportata d’emergenza in ospedale perché ha trangugiato ingenti dosi di medicinali con mezza bottiglia di Baileys: il padre di Josh l’ha lasciata per una giovanissima e squilibrata ragazza thailandese. Bastano i primi dieci minuti, e ci si accorge che nell’universo di Josh non esiste un personaggio che non abbia almeno qualche tratto di depressione o di disturbo bipolare – primo tra tutti Geoffrey, il suo nuovo fidanzato, che alterna momenti di pura ossessività appiccicosa (instilla subdolamente in Josh una dipendenza dai suoi muscoli, tanto da fargli credere che ci si possa baciare solo a petto nudo) ad altri di misteriosa barbaritas (costringe Josh ad andare allo stadio e inveisce contro uno dei giocatori, apostrofandolo con epiteti omofobi).

L’umorismo di Thomas è talvolta facile (le solite leggende metropolitane sulle palline da ping-pong e i muscoli pelvici del Sud-est asiatico), talvolta più sottile (in particolare quando riguarda il sesso, i rapporti familiari e il coming out – sempre nei luoghi più improbabili, da un autolavaggio a una chiesa), spesso e volentieri un po’ nero (in sole sei puntate ci sono due tentativi di suicidio e un funerale – ed è proprio da queste occasioni che Thomas sa far nascere le risate più genuine). A legare il tutto c’è la sua personalità deliziosamente nevrotica e noncurante, che sembra contagiare per osmosi chiunque gli voglia bene e dà all’insieme un’impressione di sospensione ed estemporaneità.

In alcuni frangenti la sceneggiatura è talmente ondivaga da sembrare inconcludente, la recitazione è tanto disinvolta da sembrare improvvisata, le azioni dei personaggi sono a tal punto casuali e gratuite da sembrare incoerenti – ma in un’intervista Thomas ha giurato che non è così, anzi ci sono voluti quattro lunghi anni per giungere alla produzione di queste sei puntate. Ogni aspetto della serie è frutto di una precisa volontà di attenuazione degli eccessi finzionali in favore di una nuda restituzione di momenti non sempre topici e non sempre utili all’intreccio – che comunque c’è e si vede.

La storia tra Josh e Geoffrey merita una menzione speciale – soprattutto la loro prima notte di fidanzamento (che sembra l’inizio della seconda stagione di “Twin Peaks”) oltre che la parentesi dedicata alle discoteche gay e alle c.d. fag hags (lietamente cestinate in quattro e quattr’otto, nonostante tutta la buona volontà di Josh). Deliziosi anche il motivetto degli indimenticati Steps che lega Josh a sua zia Peg e la sigla gastronomicamente pornografica.

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