Il voltapagine, o come non adattare Leavitt per il cinema

20 maggio 2007

Nei film precedenti di Pons, ad esempio Caricies e Amic/Amat, si intuiva di non essere di fronte a un nuovo Almodovar, o a un nuovo De la Iglesia, ma alcuni esiti più che dignitosi impedivano altresì di paventare un film come Il voltapagine.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Leavitt e si concentra sull’iniziazione sessuale di un adolescente. Sarebbe più elegante parlare di “educazione sentimentale”, ma il film non è elegante, quindi possiamo dire che a essere iniziato sessualmente è uno studente di pianoforte diciottenne che per ora volta le pagine a un celebre pianista durante un concerto a San Francisco. Anche in seguito dovrà accontentarsi di voltare le pagine, perché scoprirà di non avere talento. Ma il punto è un altro: il ragazzino si innamora del pianista, il quale a sua volta si infatua del ragazzino (lo si capisce dalle vampate che lo travolgono mentre suona). Dopo il concerto, il pianista ci prova ma gli va male. Poco prima anche il suo agente, nonché fidanzato, ci aveva provato con il ragazzino, con gli stessi risultati. Il pianista recupererà sei mesi dopo a Barcellona, l’agente qualche mese dopo a New York. Evidentemente i voltapagine viaggiano molto e non sono schizzinosi.


Problema numero uno: non credo sia riconosciuto dalla legge come tale, ma è comunque un crimine fare interpretare dei musicisti ad attori che non hanno mai schiacciato un tasto o una corda in vita loro. L’effetto è tanto straniante quanto ascoltare certi doppiaggi italiani. Ad esempio quello cui è stato sottoposto questo film.


Problema numero due, più grave: se tutto il film deve ruotare intorno alle minime sfumature psicologiche del protagonista, urge scegliere un interprete che sappia rappresentare un congruo numero di emozioni. Comunque più di una. Aiuterebbe quanto meno a capire quando è felice e quando è triste, quando è innamorato e quando si concede per calcolo. I vantaggi sarebbero numerosi: ad esempio si potrebbero evitare battute eccessivamente didascaliche. Sarebbe poi di grande aiuto una sceneggiatura che non scolpisse i personaggi nel marmo con quattro martellate vibrate a caso, tanto da rendere imbarazzanti gli sviluppi del racconto. L’aver utilizzato fedelmente le battute del romanzo non è una giustificazione: la fedeltà è spesso una pessima scelta. Lo stesso dialogo sulla carta fa un effetto, sullo schermo un altro. Tanto più se, sulla carta, tra una battuta e l’altra ci sono annotazioni laconiche quanto essenziali per sottrarre la scena alla banalità. E lo sguardo distratto di Pons non ha mai, in questo film, la felicità di certe miniature di Leavitt. Si veda la descrizione del ragazzino che si riveste dopo il primo incontro, e il modo asettico e respingente con cui la stessa scena è filmata da Pons.

Qui la differenza tra la pagina e il film, nonostante l’identità delle battute, è dunque enorme. La scena della prima seduzione, ad esempio, risulta involontariamente comica da quando il pianista propone al ragazzino un massaggio a letto a quando questi, dopo essersi rivestito, dice al partner: “e avrai capito che ti amo”. No, non l’aveva capito. Lo si intuisce perché alla notizia strabuzza gli occhi colto da incipiente infarto. Ma il fatto è che non l’avevamo capito nemmeno noi, perché con la stessa espressione il ragazzino esprimeva ammirazione per il genio, inquietudine per la rozza seduzione, imbarazzo di fronte all’invito (prontamente accolto) a spogliarsi, piacere per il massaggio, sorpresa per la bocca che improvvisamente si ritrova intorno all’orecchio, un diverso godimento quando quelle “mani grandi” che ammirava tanto passano a miglior impiego, ecc.


Un risvolto positivo c’è. Il protagonista è una sfinge e, come si conviene alle sfingi, fa insorgere una domanda. Non è esattamente l’indovinello di Edipo, ma ci accontentiamo. La domanda è: questo ragazzo è una zoccola o è semplicemente un gerontofilo che ha la fortuna di sedurre ogni milionario con il doppio dei suoi anni che incontra? A dire il vero mi è venuta in mente anche una terza possibilità: forse, per un motivo tutto suo, potrebbe semplicemente aver deciso di farsi tutto il palazzo (i suoi attempati amanti abitano infatti tutti nello stesso edificio: può essere un caso?).


Ci sono però risvolti meno opportuni. Ad esempio, chi può credere che un pezzo di marmo tale abbia urgenze sessuali così irrefrenabili da doversi portare una rivista porno in valigia persino quando torna a casa per pochi giorni dalla madre isterica? Non c’era davvero un altro modo per far capire alla madre che suo figlio è gay? In effetti c’era: la donna aveva già trovato nella camera del pianista un paio di mutande del figlio appese in bagno. Non si capisce bene se a questo punto del racconto dovremmo dimenticarcelo come pare aver fatto lei, o se dobbiamo credere nel potere della rimozione freudiana. Per principio sono contro l’analisi freudiana, e inoltre sono convinto che le rimozioni, a volte, facciano bene, ma sono disposto ad ammettere che una madre isterica dovrebbe fare il possibile per evitarle. O, quanto meno, se una rivistina patinata (rigorosamente soft) le dice di più del fatto che suo figlio torna senza mutande da un incontro con un altro uomo, probabilmente ha davvero qualcosa che non va. Ma poteva arrivarci anche prima, quando il figlio e il suo amante la portavano a spendere un capitale da un parrucchiere di lusso da cui era uscita identica (stesso taglio, stesso colore, stessa chioma perfettamente in ordine), proprio mentre il figlio dimenticava le mutande in una camera d’albergo.


Inevitabile desistere dal tentativo di dare un senso al film. Non rimane che accettare i luoghi comuni per quello che sono, come il fatto che il ragazzino legga Maurice e il vecchio agente abbia un debole per Mahler e un cagnetto che considera un figlio.

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