Straziami ma di baci saziami

10 maggio 2013

C’è un peccato ignominioso che ogni spettatore gay under 30 nasconde: l’aver preso un biglietto al cinema o l’aver acceso una sera su Rai2 per vedere una commedia sentimentale di quelle melense e contemporanee, con Julia Roberts o Sandra Bullock (quelle con Meg Ryan o Helen Hunt erano già troppo cerebrali e impegnate a confronto). Il pubblico d’elezione di “Big Eden” sarebbe proprio quello romantico, quello della prima serata, quello che al cinema cerca i baci appassionati e porta sempre un pacchetto di fazzoletti – sennonché il film non è stato un blockbuster né sarà trasmesso nel prossimo futuro su Rai2: la coppia protagonista è formata da Henry Hart, artista affermato, e Pike Dexter, un piacente droghiere tuttofare nativo americano.

Henry torna nella natia e rurale Big Eden, nel Montana, dopo anni di bella vita cosmopolita: suo nonno (che in realtà gli ha fatto da padre) è gravemente malato, e non c’è più nessuno ad assisterlo. Bastano uno sguardo mentre Henry va a comprare un po’ di tempere e un altro mentre Pike porta un pasto caldo a domicilio, e l’amore sboccia. Pike comincia a corteggiare Henry secondo l’antica maniera: impara a cucinare al solo scopo di sedurlo con manicaretti ogni giorno diversi, gli racconta aneddoti tramandatigli al chiaro di luna dai suoi antenati, lo incoraggia nella buona e (soprattutto) nella cattiva sorte.

In luogo della malattia mortale di Charlize Theron o dell’insopprimibile antipatia di Jennifer Aniston, gli ostacoli al coronamento dell’idillio sono Dean – vecchia cotta adolescenziale di Henry – e la reticenza di Pike a fare coming out. Henry ha sempre creduto Dean eterosessuale, ma lo ritrova gay represso, sposato con prole, insoddisfatto e tentatore. In the closet è anche Pike, nonostante tutto il villaggio in fondo già sappia e persino gli omaccioni che bevono al bar sostengano unanimemente l’amore tra i due uomini.

Poco importa che il ritratto della piccola realtà cittadina sia edulcorato e fiabesco: è una commedia sentimentale, mica un film di Spike Lee. Il grande pregio di questo film è di essere hollywoodiano non solo nello spirito lineare e prevedibile, ma anche nella qualità del cast e nei mezzi dispiegati per la sua realizzazione: di coppie più o meno felici se ne vedono a decine a ogni festival a tematica, ma tendono sempre a essere indegne protagoniste d'indegne pellicole. In "Big Eden" invece troviamo: Tim DeKay, il bello ma insoffribile Dean, che è un notissimo attore televisivo; Louise Fletcher, l’insegnante e madre putativa di Henry, che era la terrificante infermiera Ratched di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”; Eric Schweig, alias il dolce Pike, che occupava il quinto posto nella classifica dei più belli al mondo ai tempi in cui fece “L’ultimo dei Mohicani”.

Come se non bastasse, la colonna sonora è adeguatamente country senza però sconfinare nel diabete: ci sono la splendida “Something About What Happens When We Talk” di Lucinda Williams, i vocioni di George Jones e Jim Reeves, il liberatorio ballo finale sulle note di “Wishes” di Lari White.

Se nei tempi andati della mia adolescenza avessi visto “Big Eden” anziché “Green Card” o “Quattro matrimoni e un funerale”, avrei potuto sognare a occhi aperti anziché chiuderli per sostituire un bel mohicano a Andie MacDowell. Anche superata la pubertà, comunque, “Big Eden” rimane un film molto più che dignitoso, nel suo genere.
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