Truman Capote, a sangue freddo

5 novembre 2007

Il film ricostruisce sei anni cruciali della vita di Truman Capote, a partire dal caso di cronaca nera che, il 16 novembre 1959, ne attrae l’attenzione, fino all’esecuzione della pena capitale, il 14 aprile 1965, cui vengono condannati i responsabili del massacro di un’intera famiglia del Kansas. Inizialmente Capote vuole scrivere un semplice articolo per The New Yorker sul modo in cui la piccola comunità di provincia aveva affrontato la tragedia, ma quando vengono arrestati i due rapinatori Capote si lascia attrarre sempre più da uno di loro, Perry Smith: presto capisce che un articolo non sarà sufficiente, occorrerà un intero libro, un libro (A sangue freddo) che lo renderà uno degli scrittori più famosi del suo tempo.

Il film ha fatto parlare soprattutto per l’interpretazione camaleontica di Philip Seymour Hoffman, per la quale l’attore si è guadagnato un oscar una volta tanto assegnato per merito anziché per giochi di potere, interessi economici od opportunità politiche. Ma anche il regista Bennett Miller ha fatto un buon lavoro, soprattutto nel rinunciare alla pretesa di spiegare i suoi personaggi e i loro comportamenti. Alla fine, lo spettatore non viene accompagnato per mano a farsi un’idea precisa e univoca di Capote, delle sue scelte, delle complesse e ambivalenti sfumature del suo rapporto con i due giovani delinquenti, e in particolare con Perry. Né viene dato maggior peso o verità alle opinioni di Jack, il fidanzato di Capote, o a quelle di Harper Lee, l’amica scrittrice (autrice proprio in quegli anni del fortunato Il buio oltre la siepe), apparentemente personaggi più lucidi, distaccati e raziocinanti. Nell’insieme, gli autori rispettano l’eccezionalità della figura umana e professionale di Capote, lasciandone intatto il fascino, la curiosità, l’eccentricità. Ma senza venerarla: non mancano infatti di sottolineare gli aspetti dubbi e discutibili delle sue scelte e del suo rapporto con Perry, giocato sull’affetto e forse sull’amore, sull’identificazione (per via di un’infanzia molto simile) ma anche sull’assenza, sul potere, sul tradimento.

Un’ambiguità che culmina nel finale con la presa di distanza e l’inganno, quando Capote si fa raccontare i dettagli della fatidica notte e promette avvocati per un nuovo ricorso che in realtà non vuole: logorato dall’intera vicenda e da un libro che non può chiudere fino all’esecuzione della sentenza, Capote prende le scelte più critiche, che pagherà finendo con l’assistere a quella stessa esecuzione capitale che aveva fatto più volte rinviare e che ora desiderava ardentemente, e scivolando sempre più nell’alcolismo e nel blocco creativo (nei vent’anni successivi non riuscirà a terminare più nessun romanzo).

Ne esce un ritratto intimo e acuto, che ha scelto molto bene su cosa mettere l’accento e ha rispettato tale scelta con estrema coerenza, fino alla fine, evitando tutte le banalità con cui sarebbe stato certamente più facile creare effetti per il largo pubblico, come ad esempio l’arrivo dell’effeminatissimo alieno Capote nel cuore profondo della provincia americana conservatrice, dove è facile immaginare l’effetto che ebbe la sua omosessualità manifestata senza inibizione alcuna.

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