Shit happens (specialmente se te la cerchi)

26 luglio 2013

New York, 1998: Erik è un aspirante regista danese, mite e dallo spirito crocerossino, trasferitosi dall’altra parte del mondo dopo aver messo fine a una lunga e tormentata storia d’amore con Paolo, irrequieto e sieropositivo. Una sera, tramite una hotline telefonica, incontra Paul – avvocato in erba, tossicodipendente e velato – e se ne innamora perdutamente. La Florence Nightingale che alberga in Erik lo porta a mantenere vivo anche questo rapporto – che fin da subito appare privo d’equilibrio – per ben dieci anni, sacrificando salute e lavoro. Non è un caso che Paolo e Paul portino lo stesso nome.

Per due terzi del film è inevitabile parteggiare per Erik: Paul lo mette continuamente alla prova, fatica a uscire allo scoperto, scompare per giorni senza rendersi reperibile, sminuisce il suo documentario che pure ha vinto un Teddy Award, si fa cogliere spiacevolmente inabile al coito, oppone resistenza alla prospettiva di un soggiorno in un centro di riabilitazione. «Tieni le luci accese: non voglio stare di nuovo al buio con te», questa la frase che dà il titolo al film: a pronunciarla è ovviamente Paul, molto creativo e persino poetico quando si tratta di negare l’intimità al consorte. Quando però Paul, ubriaco e strafatto di crack, nella lussuosa suite di un hotel pagata con i risparmi di coppia, chiede a Erik di sedersi sul bordo del letto e tenergli la mano mentre si fa penetrare con violenza da uno sconosciuto, il sentimento di pietà nei confronti del biondo danese si tramuta in rabbia: non si riesce più a tollerare che tenga in vita una relazione così malferma e inappagante.

Un amico non esita a dirglielo con una certa crudezza: «non puoi salvare tutti». Erik ci mette ancora un buon ultimo terzo di film a capirlo, e curiosamente è Paul a dargli l’ultimatum decisivo nella consueta maniera ingrata e passivo-aggressiva: «hai un paio d’ore per scegliere se venire via con me dall’altra parte degli Stati Uniti o lasciarmi per sempre». Erik vive finalmente un minuto d’amor proprio, e sceglie la giusta opzione.

“Keep the Lights On” è un bel film: si mantiene plausibile e deprimente per tutta la sua durata grazie a una sceneggiatura più che decente (le scene dell’hotel e del coitus interruptus per causa di forza maggiore tolgono la voglia di vivere; immancabile – come in molte produzioni a tematica degli ultimi anni – una doverosa presa in giro dei narcisi palestrati, qui particolarmente demoralizzante), a una regia e una recitazione misurate (niente primi piani o luoghi comuni, niente scenate e pianti, né tantomeno cedimenti al melodramma da soap opera: Thure Lindhardt è bravo almeno quanto lo era già stato in “Brotherhood”, Zachary Booth è odioso molto più che in “Damages”) e a una fotografia desaturata ed esangue (che, una volta tanto, fa da supporto essenziale e ragionato e non dà l’impressione di essere casualmente mutuata da Instagram). Si aggiunga anche quel pizzico di spirito militante che emerge nel confronto iniziale tra i due ragazzi, e si ha la ricetta perfetta per quello che ogni buona pellicola gay-festivaliera potrebbe essere. E questa lo è.

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