La mia follia mi ha salvato

16 agosto 2013

Il “pioniere dell’antipsichiatria” T.Szasz ci propone un testo alquanto ripetitivo, la cui tesi principale consiste nel dichiarare Virginia Woolf regista di un copione a dramma finale nel quale lei stessa è la vittima: il suicidio nel fiume Ouse avvenuto nel 1941.
“Io credo che Virginia Woolf si sia uccisa non perché era folle, ma perché voleva mettere fine alla sua vita. Il modo in cui si è uccisa è coerente con la sua tendenza irriducibile a drammatizzare la propria vita. E’ convinzione diffusa che le persone geniali e folli debbano suicidarsi. Il drammatico suicidio di Virginia conferma e convalida il suo genio (e la sua follia)”.
Questa affermazione ambigua (non si uccise perché era folle ma facendolo confermò la sua follia) involve i due teoremi argomentati da Szasz lungo tutto il testo: la “follia” è una costruzione sociale e psichiatrica alla quale molti si adeguano indotti dalla loro condizione familiare, la “follia” può essere uno scudo difensivo che consente a ciascuno di sottrarsi ad obblighi imposti dalle convenzioni sociali.
Essendo il suicidio un luogo purtroppo tipico della storia dell’omosessualità, ed essendo quasi del tutto taciuta se non negata la storia omosessuale della Woolf lungo tutto il testo di Szasz, vale la pena di esaminare l’articolazione misogina della sua tesi: Woolf si è “salvata” dal matrimonio alternando volontariamente lo stato di scrittrice sana e di ‘moglie folle’. Così dicendo Szasz incentra il mondo di Virginia ed il suo malessere esistenziale attorno al matrimonio ed al suo rapporto con Leonard Woolf, marito “di ordinanza”, col quale la scrittrice intesse una relazione priva di interesse sessuale. Quale sarebbe l’eccezionalità di un contratto di matrimonio di questo genere, tanto diffuso? Perché questo legame, certo non privo di sacrificio dell’eros (dando per scontata l’eterofobia di Virginia e che Leonard fosse eterosessuale), avrebbe dovuto necessitare da parte di Virginia di una così accanita dedizione alla parte di “folle”?
Non si può non tenere conto dunque del fatto che in una società evoluta come quella inglese degli inizi del Novecento il lesbismo potesse essere vissuto seppur velatamente ma senza troppi rischi soprattutto nelle classi agiate e con l’ausilio di matrimoni di convenienza (come quello che Lytton Strachey propose a Virginia nel 1909),e che semmai è stata la condizione di anoressia sessuale a impedire a Virginia di vivere appieno la sua situazione sentimentale: non il suo matrimonio ma l’innamoramento per una donna.
E come si può definire “follia” uno stato di transitoria eccitabilità nervosa e tendenza alla depressione, seppure alcune volte grave tanto da implicare l’assunzione di sedativi, come quello di Virginia Woolf?
Forse, se la tesi della follia come costruzione sociale deve esser valida, Virginia avrebbe dovuto mostrare segni di “inadeguatezza” alla vita sociale più drastici … invece la sua preoccupazione consisteva più che altro, come mostra la sua corrispondenza privata (data in pasto a tutti noi per obbligo di fama) sull’ ironizzare circa la sua inadeguatezza ai canoni estetici della moda degli anni ’30; per tutto il resto Virginia Stephen era una figlia di buona famiglia, progressista e snob, inglese doc amante della campagna, fornita di intensi scambi intellettuali e priva di veri atteggiamenti borderline.
L’assunzione di quelli che allora erano gli unici farmaci “stabilizzatori dell’umore” a disposizione,i barbiturici, e di sonniferi, nei momenti in cui l’angoscia saliva, sono stati per la Woolf una via d’uscita da pensieri ricorrenti e da una eccessiva sensibilità ad essi, dai quali non poteva liberarsi col ricorso alla psicanalisi, della cui diffusione paradossalmente la sua casa editrice, la Hogarth press, è stata pioniera.
La sua diffidenza e fuga istintiva dal “farsi analizzare” (‘frugare nella mente’, diceva) si misura con le sue difese intellettuali, bastioni di altissimo livello. Impossibilità di andare a fondo, quindi, in un mare inconscio ferito (Virginia perse la madre a 13 anni), e una sensibilità che non le permetteva di concertare il suo umore in alcuni momenti, facendola cadere in crisi “maniaco-depressive”. Impossibilità d’essere aiutata da uno psicanalista (maschio) in quanto allergica all’intromissione anche simbolica del maschile nella sua sfera emotiva (Vita Sackville West citata da Quentin Bell: “… Virginia detesta la mascolinità”).
Il ruolo di “badante” e supervisore della quiete familiare di Leonard Woolf (descritto nel saggio come carceriere e vittima) è dunque comprensibile, ma non la dissertazione sulla “follia” degli artisti fatta da Szasz, che si trova a dover giustificare la sua tesi in assenza di dati solidi, ed anzi , esagera sino a rovesciarla ed a teorizzare un collegamento tra ricerca di fama e suicidio:

“Virginia visse in gran parte una vita senza gioia; l’esistenza le fu un peso più che una sfida. Volle essere famosa. Suppongo che si sia uccisa, e uccisa in quel modo, per accrescere la sua fama. Nell’adottare questa tattica, è diventata un modello di donna scrittrice e poetessa dal genio folle, come Sylvia Plath e Anne Sexton, famose come lei, almeno in parte, per essersi suicidate”.

E qui si giunge al parossismo misogino: le donne creative (e quindi “folli”) si suicidano per amor di gloria! Non è certo un caso che l’autore non paragoni a Woolf altri scrittori suicidi come lei, ma maschi, ma vada a pescare due donne non scrittrici, e invece poete. Occorre validare una tesi tarocca. Del resto l’unica tesi che possa stupefare e attrarre in mancanza di una seria visione della vita di una donna fuori dal comune: avrebbe detto parimenti, Szasz, che Walter Benjamin si suicidò nel 1940 per vendere di più e non per ‘sfuggire ai nazisti’?
Guardando alla tesi eterocentrica di Szasz, per il quale tutta la vita di Virginia Woolf ruota attorno ai ruoli di coppia giocati con Leonard Woolf e alla sua (esagerata da Szasz) “eccentricità” alias “follia”, molti elementi vengono travisati, celati o mal interpretati in questo libro: non solo il legame infranto con il materno che fece soffrire la Woolf e le impedì spesso l’intimità che cercava con le altre donne, ma la sua progressiva sensazione che il rapporto con Vita Sackville West si stesse via via inaridendo, la sensazione quindi di solitudine affettiva generata da un investimento più intenso ma ormai infruttuoso, o non fruttuoso abbastanza, la sensazione di “vivere di avanzi” come una cocorita (ultima lettera di Virginia Woolf a Vita Sackville West, sei giorni prima del suicidio), la paura della follia (questa sì) della guerra, per la quale (come Benjamin) i Woolf si erano già forniti di morfina da assumere in caso di invasione nazista, l’età e la paura di cedere di nuovo alla depressione senza avere più l’energia intellettuale della giovinezza per risalire la china.
Al di là della laica presentazione del suicidio come atto lecito (e responsabile), e della paura di Szasz che definire il disagio psichico come una ‘malattia’ subita e non agita dal soggetto “sminuisca” il soggetto stesso rendendolo oggetto-preda della psichiatria … mi pare che descrivere una suicida come agente di una tattica riguardante la sua notorietà sia una deformazione interpretativa che propone in fondo gli stessi argomenti di chi condanna invece il suicidio come gesto ‘peccaminoso’ e sempre evitabile con un po’ di … attenzione in più , che sia amicizia, amore, … notorietà?
Riguardo l’amore omosessuale di Virginia per Vita, Thomas Szasz riporta sbrigativamente un breve brano della biografia di Vita S.W. scritta da Victoria Glendinning, nel quale la scrittrice racconta la sua risposta perentoria (“Mai!”) alla domanda postale dall’impertinente Clive Bell “Sei mai stata a letto con Virginia?”. Questa risposta non elimina però, contrariamente a quanto Szasz scrive, il lesbismo dalla vita di Virginia, come tutti coloro che hanno letto Orlando (1928) sanno, l’amore omosessuale e la pionieristica visione del Genere sessuale nella Woolf è uno dei più appassionanti capitoli del viaggio letterario woolfiano, ed è stato creato a partire dalla sua fascinazione reale, concreta, per una donna che ha molto amato.
Concludendo, la storia di Virginia Woolf non è nota, come afferma Szasz, ai più come quella di una donna che ha deciso di porre fine ai suoi giorni in un fiume (non senza averci regalato pochi anni prima “Le tree ghinee”, un testo che certo depone contro la tesi della “follia” del fluxus Woolfiano e a favore della sua smagliante logica ), ma come quella di una pioniera del femminismo, e di una donna che è riuscita a esprimersi intimamente con la donna che amava inventandone la biografia,… bruciando elegantemente sui tempi (e anche nei modi) la più coniugalmente fortunata Gertrude Stein, anch’essa autrice di una “autobiografia”, quella di alice Toklas, solo pochi anni dopo.
L’unico pregio di questo saggio di Szasz, che nel tentativo di rendere “soggetto” la Woolf ne impoverisce e svilisce invece la complessa personalità, è quello di sdoganare il suicidio dai tratti della “incoscienza” e del peccato da un lato e, dall’altro, per la ribellione istintiva alle sue tesi riduttive e grette sulla Woolf che scatena in noi, costringendoci a ripercorrere con una sensibilità femminista e lesbica, storicamente omosessuale, la storia delle menti che abbiamo perso durante il secondo conflitto mondiale, non per le pallottole ma per i fatti che oltrepassarono la fantasia e avvilirono gli animi.
Il pensiero va a tutte le persone Lgbt che in quegli anni misero ulteriormente alla prova la propria umanità, già abituate a farlo in tempo di pace; Virginia Woolf non ebbe la fortuna di poter superare allora le sue paure, per continuare a regalare ciò che non poteva concedersi tutto per sé.

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