God Hates Fags

23 agosto 2013

Nei fumetti e nei cartoni animati, quand'ero piccolo, ricorreva con una certa frequenza la figura dello scienziato pazzo, e può darsi che vi ricorra tuttora: di solito si presentava vecchiotto, spettinato e inguainato in un camicione, indipendentemente dal fatto che fosse buono o cattivissimo; e spesso saltava spiritato da un becco di Bunsen a una storta, da un alambicco a un matraccio, fermandosi giusto per versare da una provetta all'altra liquidi che, mischiati, suscitavano fumi poco rassicuranti, o scoppi che lasciavano lo sperimentatore rincitrullito, col la faccia affumicata e i capelli strinati.
A me certi saggisti americani che si occupano di cose queer danno la stessa impressione: balzano da un riferimento all'altro, agili e inquieti, ma lasciano, a lettura terminata, una sconfortante sensazione di fragilità metodologica e annebbiamento culturale. Ab uno disce omnes, questo saggio di tale Michael Cobb che, per l'impianto e la collana in cui è pubblicato, mi sembra un caso emblematico di prodotto editoriale da dipartimento di Studî GLBT: nella fattispecie, dell'Università di New York. Può darsi che il mio giudizio risenta un po' della delusione arrecatami dal fatto di accorgermi, via via che procedevo nella lettura, di come l'opera stesse andando in tutt'altra direzione da quella che mi sarei attesa dal titolo; però anche in tal caso, se la sorpresa si fosse dimostrata fruttuosa di conoscenze nuove, l'avrei gradita senza riserve: ma così non è stato.
Visto che la mia formazione accademica è duplice, di filologo classico e di giurista, per tendenza personale e per costume acquisito, se dovessi trattare l'argomento della retorica religiosa omofobica, comincerei raccogliendo il materiale, classificandolo e cercandovi costanti e differenze: tanto per cominciare, la retorica religiosa è identica per tutti i gruppi religiosi? Si mostra eguale nei testi teoretici e in quelli pastorali? Viene ripresa in modo pedissequo e fedele o semplificata o trasformata nella polemica giornalistica, nei testi normativi e nei discorsi politici o forensi che caldeggiano l'adozione, l'abrogazione o la conservazione di leggi effettivamente o potenzialmente discriminatorie? In realtà il lavoro di Cobb è del tutto diverso. Parte bensì dalla discussione d'un caso specifico (l'introduzione del Secondo Emendamento nella Costituzione del Colorado, una ventina di anni or sono, volta a impedire anche pro futuro il riconoscimento dei diritti delle persone gay), e poi vi ritorna dopo una lunga diversione, ma solo per presentare tale iniziativa legislativa, con tutto il suo fragoroso strascico di polemiche, quale un modello per introdurre una teoria del "soggetto queer" negli Stati Uniti del nostro tempo. La retorica religiosa nel tono della geremiade (in italiano la cosa fa un po' ridere, ma in inglese il riferimento alle Lamentazioni di Geremia non si colora dell'accento lievemente canzonatorio che il termine possiede in italiano) mira ad un rafforzamento identitario creando categorie d'esclusione, al quale risponde una retorica contraria incapace però di uscire dal medesimo paradigma religioso, e lasciando quindi da lato la storia viva del soggetto queer quale persona. Cobb al proposito evoca la categoria dell'homo sacer delineata da Giorgio Agamben; ma poi si addentra in una prolissa analisi di testi letterarî, soprattutto di James Baldwin, sceverandovi le relazioni molto contorte fra religione e corpo/storia queer personale. E qui mi si permetta di porre due obiezioni: una di merito e una di metodo.
Nel merito: Cobb parla di retorica religiosa, ma quella che in realtà troviamo citata e discussa nel saggio è in prevalenza retorica politica. Se è vero che questa, negli Stati Uniti, presenta spesso tinte religiose, ritengo che, più di considerazioni astratte sulla sovranità e sul "discorso religioso", andrebbero sviluppate considerazioni di tipo storico, ad esempio prendendo in esame l'influenza enorme, in una cultura ripetutamente animata da afflati messianici e fortemente radicata nel protestantesimo a volte anche di tipo apocalittico e integralista, del testo biblico sul lessico, sulla sintassi, sull'eloquio dei cittadini. Ricordo, al riguardo, la famosa scena di Pulp Fiction in cui Samuel L. Jackson recita un brano "del profeta Ezechiele" prima della sparatoria: come mise in luce per esempio il critico cinematografico Alessandro Zaccuri anni fa in un suo saggio, quello sproloquio dal tono effettivamente molto biblico non è un brano di Ezechiele, ma un centone di frasi che, pur non essendo esatte citazioni scritturali, sono molto vicine a versetti di varie parti dell'Antico Testamento, rimasti nella memoria di Jules Winnfield, mozzi e deformati, quale molto verosimile eco di chi sa quante prediche ascoltate negli anni infantili in qualche cappella battista del Sud. La Bibbia è, per l'americano medio, una miniera di memorie, di luoghi comuni, di suggestioni linguistiche, un po' com'erano in altri tempi, da noi, la liturgia cattolica, l'agiografia, le leggende sui paladini di Francia, e anche la mitologia classica: nel Cavaliere di spirito o sia la donna di testa debole del Goldoni perfino al campagnolo fattore Gandolfo appare naturale paragonare la sua signora a Diana cacciatrice. Quanto alle considerazioni dell'autore sulla referenzialità del discorso religioso, indipendentemente dal fatto che sia puramente tale o adottato dalla politica, mi suonano quali mere petizioni di principio. Ad ogni modo, se la politica con fini omofobici si appropria una retorica di tipo religioso, il fatto che a sua volta la retorica che le si oppone si colori di toni analoghi non dipenderà tanto dal muoversi entro le maglie d'un paradigma da forzare quanto, più banalmente, dal fatto che i gay americani non meno dai politici antigay sono, appunto, americani: e quindi coi loro nemici condividono una cultura comune. Se poi Cobb intende postulare un'uscita da questo tipo di cultura, de iure condendo può augurarsi quel che più gli aggrada; ma gli vorrei ricordare che, se a livello di speculazione pura si può (cercare di) uscire dalla metafisica, sul piano della vita pratica uscire dalla storia è impossibile.
E qui passo alle incoerenze di metodo. Io avverto sempre uno stridore molto fastidioso quando vedo saggisti che mischiano con disinvoltura letteratura e filosofia: mentre vedo come del tutto legittima e fruttuosa l'analisi filosofica di testi poetici, volta a porvi in luce le zone di emersione e disvelamento d'un Logos che traluca o si celi nella parola scritta (e qui ovviamente ci si può riferire a Derrida, a Heidegger, a Gadamer, ma anche, su un piano diverso, a Croce, a Gentile, allo stesso Hegel), il vezzo di ricavare categorie (diciamo così) metafisiche da testi qualsiasi, e di servirsene poi a incasellare altri testi, a spiegare i più svariati fenomeni e magari a suscitare nuovi paradigmi, è assai velleitario e pericoloso. Qui ne vediamo un saggio molto istruttivo: Cobb, oltre alla disamina della "retorica religiosa", pone in luce che le strategie retoriche di esclusione o inclusione delle persone GLBT ricalcano quelle a suo tempo praticate riguardo alla discriminazione basata su ragioni razziali; egli non è molto persuaso che il ricalco possa davvero funzionare in modo pacifico, e in ciò sono d'accordo con lui (vi possono essere analogie, ma non identità fra i due tipi di esclusione): ma quel che si presterebbe a una disamina chiara, lineare e argomentata su basi politiche, giuridiche, sociologiche ed anche, se si vuole, teologiche, viene trasportato immediatamente in un contesto idealistico, fra teoria della sovranità, teoria del corpo queer, teoria del corpo sofferente, col conforto di testi narrativi e drammatici di James Baldwin, di Tennessee Williams, di Stephen Crane e, insieme, di Giorgio Agamben e di Jacques Derrida. La dialettica di Cobb è tanto chiara nella direzione quanto confusionaria nei risultati, e non ci si può meravigliare della cosa: d'altronde, poco vale invocare la prevalenza della storia concreta delle persone GLBT contro le categorizzazioni operate dal pensiero escludente, quando poi si creano categorizzazioni ancor meno giustificate e definibili; mentre infatti le categorie (anche sbagliate) create per esempio dal pensiero dei predicatori fondamentalisti si basano su assunti (l'esegesi di testi biblici) che possono essere discussi sul piano filologico, storico o teologico, le categorie invocate da Cobb, non che apparire vuote di sostrato speculativo, neanche sono in realtà da lui definite: che cos'è, ad esempio, un corpo queer, e in che cosa lo possiamo discernere da un corpo non queer? Tralascio, naturalmente, il merito dell'analisi di testi romanzeschi o teatrali dei quali non possiedo conoscenza diretta: nella colluvie di quella che George Steiner chiama letteratura secondaria può darsi che, come ritiene il grande studioso, abbondino le baggianate; ma non escludo che anche fra le contorsioni ermeneutiche di Cobb si possano annidare spunti degni di nota, sicut lilium inter spinas.
Viceversa trovo impressionante che questo saggista, quando si trova davanti a lavori di studiosi a lui diametralmente opposti, ne liquidi con sicumera i risultati come insufficienti. Nel ricordare che, contro il famigerato emendamento della Costituzione del Colorado, furono allegate ricerche del sessulogo Richard Green, di George Chauncey e di Martha Nussbaum, Cobb commenta:

But even though the strategy of a “like race” or “born that way” argument was asserted, the force of the strategy worked not because of appeal to fixed, biological grounds of difference. The “like race” appeal worked (and continues to work) because it provokes emotions that influence law and politics.

Ora, io non conosco Green, ma Chauncey, che è uno storico, e la Nussbaum, che scrive molto di diritti civili ma come formazione è una classicista, sono studiosi serî e coi piedi per terra, dai quali Cobb avrebbe tutto da imparare: se poi le loro argomentazioni valgono più perché parlano al cuore di quanto non parlino alla razionalità dell’uditorio, cosa che a me pare impossibile, tutt’al più si può dire che l’uditorio è più sensibile alla peroratio affectuum che all’argumentatio. Ma se di ciò si duole uno che sta parlando di retorica, direi che come minimo ha sbagliato bersaglio: ad argomentazioni retoriche si risponde con altre argomentazioni retoriche, non con formule chimiche o schemi di logica formale; ed uno che, come Cobb, vuol parlare di retorica, dovrebbe quantomeno avere prima una mezza idea di che cosa siano le partizioni oratorie.
Ciò però mi ha fatto venir in mente una piccola malignità. Da noi s'invoca ad ogni pie' sospinto il metodo della peer review, che toglierebbe di mezzo tanta cattiva ricerca. Ma questo saggio così debole, nebuloso e, mi si permetta di dirlo, anche inutile, non viene da qualche scalcinata facoltà universitaria nostrana, e non è uno scritterello accozzato da qualche figlio, nuora, cognata, nipote o amante dell'italico barone di turno tanto per avere una pubblicazione da portare a un concorso del resto truccato e già vinto: è uscito da un dipartimento di un ateneo americano tutt’altro che di quarta fila (Cobb però non insegna a New York, bensì a Toronto), superando evidentemente la tanto decantata peer review; ma è logico che se in tutti i dipartimenti di Studî GLBT d'America la musica è questa, possono andare avanti all'infinito a cantarsela, a sonarsela e ad applaudirsela a vicenda. E saranno sicuri di star facendo ricerca di prim’ordine.

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