Rohtenburg

4 settembre 2013

Il film si ispira in modo piuttosto puntuale al caso di Armin Meiwes, che nel 2002 finì sui giornali di tutto il mondo dopo essere stato arrestato per aver evirato, ucciso e mangiato un altro uomo che lo aveva contattato allo scopo su un sito “specializzato”.

Di loro invenzione, gli autori aggiungono una studentessa (Katie) che fa ricerche su questa raccapricciante vicenda per la sua tesi. Il fallimento del film si lega in prima istanza proprio a quello del personaggio di Katie: un’aspirante psicologa disegnata per stereotipi e senza approfondimento, che non mostra alcuna evoluzione e non porta a nulla, è un paradosso che per contrasto fa semplicemente risaltare l’inconsistenza dell’intero film. Diviene infatti evidente che la studentessa è un mero pretesto non tanto per strutturare il racconto, come sembrerebbe, bensì per giustificarlo: i flashback potevano funzionare da soli, ma facendo da accusatrice universale (con la sua pretesa per cui la morbosità sarebbe comune a tutti e quindi tutti saremmo attratti da quella altrui), Katie serve ad autorizzare anzitutto l’operazione del regista. Questa arruffata auto-legittimazione finisce però con l’attirare l’attenzione proprio sulla gratuita morbosità del film, che rimane nuda di fronte all’inconsistenza degli altri potenziali motivi di interesse.

Dal punto di vista per così dire clinico, siamo di fronte a una stanca ripetizione di quanto già troppe volte visto e raccontato, perfettamente allineata con la psicoanalisi più tradizionale e misogina, quella che faceva risalire tutte le colpe alla mamma. L’anamnesi familiare, perlomeno così come è ricostruita nel film, fa di Oliver nient’altro che un Norman Bates teutonico, dominato sin da piccolo da una genitrice opprimente con cui è rimasto solo a vivere di abusi sino alla di lei morte, in una casa il cui arredamento sembra preso in prestito dal set di Psycho. Dal canto suo, Simon è una replica con piccola variante del medesimo tipo, anche lui traumatizzato dalla madre suicidatasi quando era piccolo, evidentemente per una discreta quantità di problemi in corso di cui però tutto ignoriamo. Ci viene infatti detto solo quanto giunge all’orecchio del piccolo Simon, e cioè che si sia uccisa per averlo scoperto giocare al dottore con un compagno di scuola: mancando qualsiasi sondaggio nella vita della famiglia precedente l’evento, non se ne può trarre alcuna conclusione e torniamo al problema del personaggio di Katie, la quale si accontenta di questi dati inutili per i quali bastava leggere le cronache del tempo.

Dal punto di vista cinematografico, potremmo obiettare la stessa cosa: l’esordiente Weisz, che viene da videoclip e pubblicità, ricostruisce il caso di cronaca con mano professionale ma senza personalità, ricorrendo a strumenti ordinari quali una fotografia pesantemente ritoccata (che in pochi anni è rapidamente diventata un cliché), ancora più ritoccata nei flashback. Dal punto di vista formale, il film è pienamente allineato con la media attuale del suo genere, da cui non sa discostarsi se non nell’inseguire una messinscena meno baraccona, cioè, secondo stereotipi, meno hollywoodiana e più “europea”. Solo che europeo, in un film di genere, spesso significa solo un film hollywoodiano minus il ritmo. È questo il caso: il film langue per buona parte del racconto, risollevandosi parzialmente solo di fronte alle impennate raccapriccianti (particolarmente nel finale), come volevasi dimostrare. Weisz cerca di distinguersi dai torture porn di moda millantando un film di analisi, ma li imita molto più di quanto non dia ad intendere. È la vecchia scuola dell’exploitation (far credere di essere realmente interessati al tema, ma di fatto sfruttarlo per fare sensazione e cassetta), solo un pochino più rifinita.

Il caso (vuoi per la sua estremità, vuoi per le lacune di cui si è detto) non si presta nemmeno a fare da metafora, da segno dei tempi, da exemplum. Weisz ha l’unico merito di aver evitato di sfruttare la cronaca (come sarebbe certamente accaduto non molti anni prima) per fare dell’omosessualità la premessa dell’instabilità mentale, la quale viene invece fatta risalire ad ambienti familiari malsani. Simon era anzi gay ben prima del trauma che lo avrebbe castrato mentalmente. Per sovrappiù, Simon ha anche un fidanzato che (a parte dubbi gusti musicali) sembra una persona comune ed equilibrata, benché poco perspicace nei confronti dei problemi emotivi del compagno. A suo credito occorre però riconoscere che ce ne passa dal notare qualche scoria irrisolta del passato al comprendere che la massima ambizione del proprio partner è quella di farsi staccare il pene a morsi per poi mangiarselo ripassato in padella.

Ma questa comprensione manca anche al film: tutte le concause accumulate dal regista (mamme opprimenti e passivo-aggressive, amichetti fetenti, arredamenti trash) le abbiamo viste un’infinità di volte senza che portassero al cannibalismo. Cosa scatti qui di diverso e di più non è dato saperlo. Rimaniamo quindi estranei (e fondamentalmente disinteressati) al caso in quanto tale e il finale rappresenta anche il culmine di questa inconsistenza: l’evento repellente è raccontato nel suo accadere e in parallelo nel video visto anni dopo dalla studentessa. Rieccola così ad affossare il film nel momento stesso in cui dovrebbe rappresentare la spettatrice ideale, straziata, piangente e presumibilmente decisa a cambiare tesi (consiglierei anche di cambiare relatore). Il video dovrebbe essere l’apice del circuito di morbosità, perché il cannibale si è pure ripreso; perché qualcuno ha fatto circolare il video clandestinamente; e perché la studentessa è giunta fino al limite estremo di guardarlo, dopo esserselo procurato via internet (si sa che nei film su internet si può fare tutto in un batter d’occhio). Ma il video non fa che raddoppiare la finzione nella sua banalità, con tutte le sue manifeste artificiosità, l’uso discreto del fuori campo, la reticenza di andare fino in fondo come dovrebbe fare Katie (e non voglio nemmeno pensare che questa volesse essere l’ennesima metafora moralista della società dello spettacolo). Quindi lungi dal poter rivendicare un effetto traumatico, il video è solo un raddoppiamento della distanza frapposta fra l’evento e i suoi misteri da un lato e il pubblico dall’altro. Se a questo punto lo spettatore piange, è solo per aver sprecato due ore della sua vita non sempiterna a seguire la vicenda di queste due persone prima troppo ordinarie per essere interessanti (anche nelle loro problematiche vicende domestiche, pur malsane) e poi troppo patologiche per essere coinvolgenti.

In Germania il film venne bloccato per tre anni per il ricorso di un tribunale locale, poi annullato in nome della libertà dell’arte. Pur essendo sempre stato avverso a ogni forma di censura, quasi me ne dispiaccio. Ma se volete vedere le stesse cose, magari con un po’ meno di correttezza politica e raccontate decisamente meglio, guardare Psycho, Videodrome e Il silenzio degli innocenti.

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autoretitologenereanno
Tarako KotobukiConcrete gardenshōnen'ai2006

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