Mio sodalizio con De Pisis

17 settembre 2013

Quella tra Giovanni Comisso e Filippo De Pisis fu un'amicizia che attraversò, con pochi momenti di screzio qui onestamente documentati dall'autore, gran parte della loro vita, visto che si conobbero poco più che ventenni, nel 1919: a questo rapporto intenso e profondo Comisso, quando ancora De Pisis era vivo sebbene già malato gravemente, dedicò questo scritto, il quale nella presente edizione offre, rispetto alla prima del 1954, un testo migliore grazie alle correzioni richieste dallo stesso Comisso, in primo luogo sciogliendo le abbreviazioni sotto le quali aveva tenute nascoste molte personalità del mondo culturale ancora in vita e in attività, menzionate a volte con fare ironico. L'attenzione affettuosa verso l'amico è tanta, che su eventi anche importantissimi, come l'impresa fiumana, cui De Pisis però non aveva preso parte, Comisso si limita a pochi cenni fuggevoli; d'altra parte, lo scrittore di Treviso preferisce ad ogni modo soffermarsi su esperienze condivise col grande pittore, occupandosi più in breve dei fatti di cui veniva a sapere de relato: ecco allora i ricordi delle vacanze a Cortina, quand'era ancora viva la mamma di De Pisis, gl'incontri a Parigi, fra l'appartamentino del pittore, i bistrots e le strade affollate di bei ragazzi, gli anni veneziani, fino al declino fisico e mentale dell'artista ferrarese. Comisso scriveva in anni ove certi argomenti andavano trattati con parecchio riguardo: le attività di animale da preda cui De Pisis indulgeva volentieri soprattutto nel periodo parigino, quando del resto era più giovane, sono qui rievocate con circonlocuzioni e circonvoluzioni di squisita eleganza; ma nessun lettore con un minimo di raziocinio dubiterà mai del motivo per cui il nobile pittore rischiò di finir ammazzato da due "modelli". Da Cortina, subito dopo la guerra, finì allontanato lui con foglio di via obbligatorio, con un pretesto burocratico, dopo che aveva denunciato una coppia di "modelli" aggressori e ladri; e d'altro canto, aveva sperimentato poco prima che per un omosessuale l'Italia liberata dal fascismo non era molto più accogliente di quella di prima: se sotto il regime aveva rischiato il confino (da cui lo salvò il vecchio compagno di scuola Carlo Pareschi, l'agronomo che poi sarebbe stato, con Ciano, De Bono e altri, uno dei gerarchi fucilati al termine del vergognoso e barbaro processo di Verona), appena avvenuta la liberazione finì in guardina per aver organizzato, a festeggiare la fine della guerra e della dittatura, il famoso "ballo della granceola", quella sorta di evento mondano con esibizione di body art incorporata, in cui gl'invitati (amici e amiche di De Pisis, e soprattutto jolys voyous veneziani) si dovevano presentare abbigliati soltanto di corpetti e guarnelli intessuti con gusci di granceole, e con la pelle dipinta da De Pisis stesso. A Parigi una folie del genere sarebbe entrata negli annali; da noi, finì nei camerotti della questura. De Pisis però fu sempre capace anche di salde amicizie, come appunto quella con Comisso, probabilmente di contenuto e grado diverso, a cominciare dalla lunga relazione col bellissimo segretario Riccardo Languasco: difatti erano tempi, quelli, in cui i segretarî, specialmente se molto avvenenti, erano quanto mai comuni e richiesti.
Il ritratto dipinto dal Nostro non si limita però all'aneddotica, e per giunta, pur essendo molto affettuoso, nemmeno scade nell'agiografia: l'artista esce come una figura viva e complessa, con un carattere molto estroso, capace tanto di generosità e tenerezze fiorite, quanto di capricciose ripicche o di frivoli egoismi; per di più, al pari di tanti suoi colleghi, De Pisis viveva sovente distratto, tutto immerso nella sua arte, addirittura inconsapevole di ciò che avveniva nel mondo, e, come a volte succede in certi nobiluomini, alternava curiosamente soavi finezze di tratto e compiacimenti plebei, come la golosità per vivande grossolane o addirittura mezzo andate a male: dopo aver usato i pesci per le sue nature morte, ad esempio, se li cucinava già in via di marcire.
Oltre che pittore, De Pisis fu poeta e prosatore di vaglia: egli anzi arrivò tardi alla pittura, e alcuni libri suoi, che si continuano a ristampare, attestano capacità stilistiche non comuni: Comisso ne da un'ulteriore prova citando numerosi ed estesi stralci delle lettere che l'amico gl'inviava; la scrittura di De Pisis per i gusti diffusi oggi può apparire troppo frondosa, ma a me piace così. Ancora più felice, tuttavia, è la scrittura di Comisso: anche se di lui ho letto poco, ne ho ricavato sempre l'impressione d'uno stile che non saprei definire se non luminoso; sebbene la sua prosa per lo più ami rappresentare scene o persone umili della campagna veneta o delle località di mare, non diventa mai né puramente bozzettistica né troppo dimessa: nel suo fluire tornita, ricca, talvolta con una leggera patina d'antico, dona speciale risalto a quegli oggetti umili, e li circonda con un'aura vibrante di affetto e desiderio in cui traluce il caldo vitalismo di Comisso. Prosa così, a dir il vero, non se ne scrive più: e secondo me è un peccato.
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