Psychoville

8 ottobre 2013

Parodia di decenni di fantascienza e orrore televisivo e cinematografico, da Psycho a Fringe, passando per It’s Alive! e Lynch, Psychoville (dagli autori del premiato The League of Gentlemen) si regge in buona parte sulle spalle di Steve Pemberton e Reece Shearsmith, che si dividono molti dei personaggi interpretando uomini e donne con pari disinvoltura.

La vicenda intreccia le esistenze di un gruppo di squinternati con un segreto (anzi più d’uno) in comune che rimonta agli anni in cui erano stati tutti internati nello stesso manicomio, sotto la direzione di un’infermiera sadica e di un medico poi divenuto clown. Fra di loro ci sono un serial killer morbosamente legato alla madre; un pagliaccio alcolizzato cui è stata amputata una mano, specializzato in disastrose feste per bambini; un milionario cieco che colleziona giocattoli e ha come perenni rivali due gemelle siamesi; un’infermiera convintasi dopo un aborto che un bambolotto sia il suo vero figlio; un nano con poteri psicocinetici, già attore porno.

Nella seconda serie si aggiungono i dirigenti di un’industria di nanotecnologie che stanno cercando la formula per ridare vita ai morti, un bibliotecario ossessionato dalle visioni di una cantante muto, e una fag-hag mentalmente devastata che imprigiona in casa propria il fidanzato iraniano del suo migliore amico gay, dopo averlo sposato per procura affinché non fosse rimpatriato. Tra le macchiette che rimpolpavano gli anfratti del racconto avevano però intanto fatto già capolino un effeminatissimo aspirante attore che finisce nelle mani del serial killer e di sua madre, un istrione che nella recita con i nani e Biancaneve veste i panni della regina cattiva e il proprietario di un negozio di giocattoli (che fa da copertura ad attività ben più inquietanti), il quale non disdegna di esibire interesse per il giovane assistente del collezionista che si trova a dover aiutare nella ricerca di un misterioso medaglione.

Umorismo inglese di quello buono, in cui il nero e l’assurdo abbondano ma la parodia è fatta sempre con buon gusto e con una finezza lontana dalle facili cadute nel demenziale. Efficaci sono anche le sparute venature drammatiche e quelle orrifiche, capaci di far dimenticare i limiti del budget.

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