Oliver in Bristol

9 ottobre 2013

L’aspetto è quello di un qualsiasi film laburista, genere nobilissimo per intenzioni e per storia, ma la cui ricetta è meno ovvia di quel che può sembrare. Il rischio maggiore è quello di scambiare le lucciole della sfortuna per le lanterne del realismo: per fare impegno politico non basta cioè raccontare di esistenze tribolate e sottoproletarie consumate in case dalle pareti scrostate, né è detto che moltiplicare le iatture sia il modo migliore per rendere più credibile lo sforzo di aderenza alla realtà. Se accumulate in eccesso, le sventure possono al contrario creare un effetto melodrammatico sufficiente a compromettere qualsiasi buona intenzione di mimesi, allontanando il narrato dall’orizzonte d’esperienza del comune spettatore per sconfinare in altri territori, dal romanzo picaresco a quello dickensiano.

Cal è chiamato ad affrontare un tale cumulo di disavventure che al confronto persino Oliver Twist potrebbe dirsi baciato dalla fortuna: non solo è poverissimo e disoccupato, ma ha anche una madre malata terminale in ospedale, con la quale non riesce a stabilire alcun rapporto, e una zia che vive con lui in una bettola, è alcolizzata e cerca pure di farselo un giorno sì e uno no. Come non bastasse, appena tornato dalla Francia Cal si vede rubare il passaporto da un malavitoso che lo costringe poi a lavorare per lui. Solo che anziché mandarlo a rubare portafogli in piazza, come Fagin faceva con Oliver e i suoi giovani compari, lo coinvolge in un giro di droga e prostituzione maschile. E se Oliver poteva solo aspirare al calore dell’amicizia, Cal è cresciuto quanto basta a puntare allo stadio successivo: superata la diffidenza propria dei randagi, si innamora di un ragazzino più indifeso e sfortunato persino di lui. Ovviamente trattasi di amore impossibile, perché i due derelitti finiranno ancora più nei guai quando cercheranno di emanciparsi dal mondo della malavita.

Se si eccettua la modestia degli interpreti, non vi sarebbe nulla da eccepire agli eccessi romanzeschi del racconto in quanto tali. Il problema è che il regista Christian Martin vorrebbe fare della parabola di questi due giovani sbandati di Bristol un caso emblematico della situazione economica attuale, inframmezzando il racconto con riprese giornalistiche di manifestazioni e rivolte contro la crisi. Ma per riportare sul piano della realtà questo Cal dalle mille tribolazioni non basta rubare qualche immagine ai telegiornali, né incupire la fotografia con qualche filtro o spogliare di tanto in tanto il protagonista per dare l'impressione di un cronachismo senza inibizioni. Quello che rimane allo spettatore è un film uguale a tanti altri su vicende di disperato subproletariato e prostituzione come ultima risorsa, senza alcuna specificità che possa legarlo in modo convincente al contesto attuale, che (e su cui) in realtà Cal non riflette, limitandosi piuttosto a sfruttarlo come pretesto per dare sfogo a una vicenda che poteva accadere ovunque e in qualsiasi tempo, senza bisogno dell’odierna crisi internazionale o di una crisi economica quale che sia. E infatti è già accaduta mille volte, e di queste almeno novecento sono state già raccontate. Spesso meglio.

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