Nuvole (dense) e arcobaleni (sbiaditi)

18 ottobre 2013

Il volume è informativo e interessante per chi della materia non sia esperto: si tratta infatti di una volenterosa e a tratti generosa compulsazione di un soggetto assai esteso, a dispetto di quel che si potrebbe pensare. Tanto da essere qui affrontato da più mani, nonostante la firma singola in copertina.

Le parti di Susanna Scrivo sono andanti e descrittive, diciamo pure semplicemente divulgative, con una certa tendenza a divagare oltre il proprio tema in modi talora distraenti. Mi limito al caso di Tom of Finland, trattando il quale Scrivo mette tutto quello che non serve e niente di quello che dovrebbe esserci, e cioè spende pagine intere a percorrere l’intera biografia dell’autore senza dire nulla sulle sue strisce, cioè sui suoi lavori che maggiormente si avvicinano al fumetto. Allo stesso modo – per fare solo un altro esempio – non è di nessuna utilità avere l’elenco completo dei fumetti di Annie Goetzinger, quando uno solo di essi (par di capire) riguarda l’omosessualità. Con questo genere di accumulazione di informazioni fuori tema (peraltro facilmente reperibili altrove) si sottrae spazio per l’analisi e il commento critico che sarebbero stati più utili e che il lettore si aspetta da un testo di taglio storico. Il capitolo più interessante tra quelli stesi da Scrivo rimane quello sul fumetto giapponese, di moda ormai da diversi lustri ma nei cui molti filoni i non iniziati rischiano di smarrirsi, sicché una mappatura è sempre utile.

Il capitolo sui supereroi americani scritto da Helena Velena ha invece ambizioni diverse dal semplice catalogo informativo. L’autrice conosce ciò di cui scrive, ma è di quelle che credono che, premettendo al testo una notarella in cui si anticipano «pareri, analisi e valutazioni non in linea con le teorie comuni», si sia autorizzati a dire qualsiasi cosa senza bisogno di dimostrare nulla, sicché se il lettore non è d’accordo, o ha l’ardire di esigere rigore, o magari anche solo una bibliografia teorica di riferimento che vada oltre gli anni Settanta di Reich e Deleuze/Guattari, tanto peggio per lui. Anche in questo caso, dunque, a tornare utile è proprio ciò che l’autrice mostra di spregiare quando giunge agli anni Ottanta, e cioè l’elencazione descrittiva dei fumetti con personaggi glbt (questa formula crittografica non mi è mai piaciuta, e mi piace sempre meno mano a mano che la si allunga, ma è ovunque nel testo e quindi la mutuo per comodità). L’elaborazione teorica appare invece esile, dall’iniziale liquidazione del marxismo sino alla conclusione più volte ribadita secondo la quale chiunque oggi legga i fumetti dei supereroi sarebbe «un omosessuale latente» (e qui lo spregio dei decennali sviluppi dei reception studies è completo). Dichiarazione che fa il paio con quella per cui «tutta la società è essenzialmente omosessuale», che per me è psicoanalisi da rotocalchi anni Cinquanta, di quelli che si leggevano dal parrucchiere e aiutavano la cotonatura di moda increspando i capelli delle signore bene tramite allarmanti notizie sul fatto che i loro mariti erano tutti bisessuali e i loro figlioletti tutti incestuosi.

A lasciare maggiormente perplessi sono però i capitoli dedicati all’Europa, e al fumetto nostrano in particolare. «Bisogna dirlo: l’Italia è un paese di grandi artisti»: l’esordio non promette bene e infatti, poche righe dopo, l’autrice dichiara perentoria che «fino alla fine degli anni Ottanta […] in Italia non si hanno tracce di fumetto gay». Di fumetti non sono specialista, benché sia cresciuto a pane e supereroi, com’era normale per un ragazzino degli anni Settanta, quando la televisione aveva ancora un numero esiguo di canali che trasmettevano per poche ore al giorno un’offerta di programmi assai limitata. Tuttavia le mie pur contenute conoscenze in materia bastano a farmi rimanere interdetto: già negli anni Sessanta, e poi soprattutto negli anni Settanta, il fumetto erotico e poi pornografico proprio della tradizione italiana di personaggi gay ridonda, sino ad offrire tra il 1972 e il 1985 non meno di quattro serie incentrate su un protagonista o deuteragonista gay, e innumerevoli altre dall’accentuata bisessualità. E poi ci sono le strisce e gli esperimenti ospitati dalla stampa militante lungo tutto il decennio, di cui Scrivo tace. Fosse anche solo quel Frocik (ma c’era altro) di Consoli ricordato anche da Velena e che mi aspettavo di ritrovare nel capitolo sull’Italia, dove invece da Lupo Alberto si salta a Luca Enoch.

Se la selezione è voluta, non mi sembra adeguatamente giustificata dall’introduzione, nella quale l’autrice cerca di spiegare cosa intenda per fumetto glbt facendovi rientrare nella sostanza qualsiasi striscia con personaggi glbt, indipendentemente da chi l’abbia prodotta (e dal suo orientamento sessuale) e con quali intenzioni politiche. In ogni caso, se in una storia di forme d’arte appare oggi ingiustificabile saltare a piè pari la produzione popolare, “bassa” ma culturalmente rilevante per favorire una storia “alta” e “d’autore”, così come in una storia appare ormai improponibile soffermarsi solo su papi e re come si faceva una volta, mi sembra suicida escludere la produzione erotico-pornografica in una storia della rappresentazione dell’omosessualità (cioè di una forma di sessualità, anzitutto). Senza contare che i fumetti erotici inevitabilmente abbondano in altre parti della trattazione. Retrospettivamente, la lacuna invita il lettore a diffidare dell’insieme del lavoro (e infatti, similmente, dove sono finiti gli “eight-pagers” statunitensi degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta?), che rimane quindi un punto d’inizio tutt’altro che privo di interesse, ma urge fare di più e meglio.

Come? Ad esempio ampliando lo spettro considerato, facendo ricerca fra le cose meno vulgate e meno risapute, dando maggiore sostanza alle riflessioni teoriche, aggiornando gli strumenti critici, collocando i risultati sullo sfondo dei contesti socio-culturali, che sono mutevoli. E soprattutto evitando gli assiomi, che nella ricerca umanistica servono solo a minare la credibilità dell’autore: «Su questo, c’è da dire che, come si vedrà, una buona storia è sempre e naturalmente rivolta a tutti», ci dice Scrivo già nell’introduzione. Perché, di grazia? Perché una storia selettiva nel suo pubblico dovrebbe essere peggiore? Soprattutto, quando mai nell’arte, nella ricerca e nella riflessione critica vi è stato qualcosa di “naturale”?

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