Out There

21 ottobre 2013

Out There è un documentario scritto e girato da Stephen Fry, nell’arco di due anni, in giro per il mondo. Sebbene il viaggio parta da Londra e faccia una lunga tappa negli Stati Uniti, i segmenti più interessanti sono quelli dedicati ai paesi emergenti (Brasile e India) e a quelli più retrivi e purtroppo influenti (Iran e Russia). In tutti i luoghi che visita, Fry è alla ricerca delle radici dell’omofobia e indaga sulle prospettive future per i cittadini omosessuali.

Un simile proponimento era alla base di un documentario italiano di qualche anno fa, Improvvisamente l’inverno scorso, i cui realizzatori avevano scelto di non replicare agli sfoghi omofobi delle persone a vario titolo intervistate, lasciando che le immagini parlassero in qualche modo da sole (probabilmente a un pubblico esclusivamente omosessuale). Le dichiarazioni estemporanee e sconclusionate di una suora infoiata al Family Day o i vaneggiamenti clericalisti di una cariatide della nobiltà romana al bar, però, hanno una valenza profondamente diversa dalle dichiarazioni programmatiche di un Ministro per le Pari Opportunità e persino dai vaneggiamenti clericalisti della senatrice Binetti a Palazzo Madama: Improvvisamente non lo segnalava in alcun modo.

Stephen Fry, che per imponenza fisica e acume è notoriamente vicino a Oscar Wilde, sceglie invece di replicare e – pur con inglesissima educazione e con un contegno talvolta difficile da mantenere – di dimostrare l’indisponibilità all’ascolto e l’ignoranza di fondo degli interlocutori omofobi che si trova di fronte, specialmente di quelli nelle condizioni di influire sulle sorti di milioni di persone. Fry tenta di dialogare e finisce per demolire, nell’ordine: un pretaccio ugandese (Solomon Male) ossessionato dall’aspetto scatologico del sesso; il ministro ugandese per l’Integrità e l’Etica, tale Simon Lokodo, che minaccia simpaticamente di arrestarlo; Joseph Nicolosi, a cui Fry dà anche dell’omosessuale represso; Jair Bolsonaro, il campione parlamentare dei cattolici brasiliani; Vitaly Milonov, l’ideatore della famigerata legge russa “anti-propaganda gay”, il cui totale squilibrio è sarcasticamente sottolineato con “Crazy” di Willie Nelson in sottofondo.

Ugualmente incisive sono le interviste ad alcune delle vittime dell’omofobia che compaiono nel film: c’è Farshad, un ventottenne iraniano che ha chiesto asilo politico a Londra; c’è un ex-ex-gay, che ora fa campagna contro le teorie riparative; c’è Renata Peron, una delle drag queen più quotate in Brasile; ci sono una coppia lesbica con figli e dei giovani ragazzi di un collettivo LGBT a San Pietroburgo; c’è un’esuberante hijra a Bombay; ci sono anche Elton John e David Furnish, oltre a Neil Patrick Harris. Un po’ marpione è invece l’inserto strappalacrime su Alexander – un ragazzino di quattordici anni torturato e ucciso perché (forse) omosessuale – anche perché il messaggio finale è di grande speranza: i paesi destinati a comandare le sorti del mondo, nel giro di una generazione, promuovono con certezza i diritti dei loro cittadini omosessuali. Anzi, l’omofobia proviene di solito dall’evoluto mondo occidentale: i governanti indiani non si sognavano nemmeno di rendere l’omosessualità punibile per legge, prima dell’arrivo dei britannici e delle loro leggi vittoriane [aggiornamento dell'11.12.2013: la Corte Suprema indiana ha reintrodotto il reato]. E il Brasile, in soli vent’anni, è passato da una situazione pesantemente discriminante all’uguaglianza piena e al Pride più imponente del pianeta. Non resta che sperare che la Storia faccia il suo corso.

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