C'è silenzio lassù: the movie

2 novembre 2013

Una volta quando si parlava di cinema europeo in contrasto con quello americano (dove americano stava poi per hollywoodiano) si intendevano film come questo: intensi, costruiti più sulla psicologia dei personaggi che sugli eventi, contemplativi, lenti, di poche parole. Oggi in genere li si considera film da festival, di quelli pensati per vincere premi e scomparire dalla circolazione prima ancora di aver trovato un distributore. Va da sé che tra questi film le patacche sono legione, non diversamente che fra quelli “americani”.

Non è il caso di Boven is het stil. Dispone bene anzitutto la modestia con cui Leopold Nanouk firma sceneggiatura e regia in piccolo e senza piazzarsi al primo posto con l’ormai consueto cartello “un film di”, vezzo di tanti registi che sognano a occhi chiusi (spesso anche mentre dirigono) di essere considerati autori. Non è un fatto secondario, perché per essere ben adattato il delicato romanzo di Bakker (tradotto in italiano come C’è silenzio lassù), saldato sulle minuzie, di modestia aveva bisogno. Del resto un film di poche parole su un piccolo allevatore olandese di mezza età, intento a mandare avanti la fattoria di famiglia mentre accudisce il padre anziano e invalido, non poteva che essere portato anzitutto sulle spalle dagli attori, e Jeroen Willems e Henri Garcin fanno un lavoro egregio nei ruoli di Helmer e del padre. Soprattutto il primo, prematuramente scomparso alla fine delle riprese (il film è dedicato alla sua memoria).

Per i miei gusti Nanouk muove la macchina da presa troppo e troppo vezzosamente, com’è di moda oggi, ma comunque offre un adattamento originale, inconsueto nel suo carattere sottrattivo e particolarmente efficace nel rispettare l’essenza del romanzo di Bakker – pur intervenendo su di esso con grande libertà – rappresentando fatti e conseguenze prima di aver raccontato le premesse e le cause, quando anche queste emergano nel corso dell’opera. Lo spettatore è così indotto a immaginare i pezzi mancanti da un procedimento narrativo opposto alla chiarezza spesso persino ridondante prescritta dalla classicità hollywoodiana e insegnata da qualsiasi savio manuale di sceneggiatura. Mancano infatti interi frammenti di racconto e addirittura personaggi di raccordo essenziali, eppure il film funziona perfettamente, tanto da non fare nulla per nascondere le lacune.

È ad esempio evidente che c’è qualcosa che impedisce a Helmer di concedersi a Henk nonostante ne sia turbato, ma l’interdetto non è motivato, come del resto nulla si dice di chi sia Henk stesso: persino che la telefonata di Helmer sia indirizzata alla madre del ragazzo, che il suo arrivo alla fattoria ne sia la conseguenza e quale legame unisca questi tre personaggi lo può comprendere solo chi abbia letto il romanzo. Si tratti di scelte previste sulla carta o del risultato di scarti al montaggio, fatto è che queste informazioni non risultano essenziali per il racconto così come è impostato nel film, dove la memoria del fratello gemello Geert (ma nel romanzo si chiamava anch’esso Henk) è quasi elisa, laddove invece faceva da cardine della costruzione di Bakker (tanto che in inglese il romanzo è stato tradotto con il titolo The Twin). E in tutto questo il film ricorda un po' proprio l'Helmer del romanzo, nel suo tentativo di costruirsi un'identità distinta dal gemello che ne ha segnato l'esistenza, da cui però non può mai separarsi appieno.

Allo stesso modo nulla è dato sapere di cosa sia successo a Melkrijder (l’orso che guida il camion del latte e che assorbe il personaggio del bracciante Jaap) prima che ricompaia al funerale con il volto segnato da un incidente, o forse da una colluttazione, che saremmo indotti a immaginare legata in qualche modo alla sua decisione di non rinunciare a Helmer e di tornare al paese.

Ancora, nulla si dice del fatto che Helmer era stato obbligato dal padre ad abbandonare i suoi studi per occuparsi della fattoria dopo la morte del fratello, anche se l’insoddisfazione che lo ha indurito è tangibile ed è sufficiente a motivare il fatto che tratta il genitore come un sacco di patate.

In compenso decisamente più esplicita è tutta la componente omosessuale del racconto, tanto nel caso dell’attrazione che il pur timido Melkrijder esibisce nei confronti di Helmer, quanto nel modo in cui l’ancor più introverso Helmer ricambia questi sentimenti, tormentandosi nel retro della sala del latte. Lo stesso si può dire del giovane Henk. È ad esempio significativo che nel romanzo fosse Helmer a chiedere sovrappensiero se l’asciugamano con cui il ragazzo usciva dalla doccia era da lavare, mentre ora la battuta passa a Henk e rappresenta l’inizio di un maldestro avvicinamento che si farà molto più esplicito anche sotto le lenzuola. Esplicito ma non meno disossato: in entrambi i casi non c’è bisogno di proferire dichiarazioni e tutto è semplicemente lasciato accadere senza commenti e senza discorsi, come se i personaggi fossero altrettanti animali della fattoria che si studiano, si avvicinano e si fuggono afasici, in perfetto accordo con il resto di questo film antinarrativo, di intenso scavo e legato alla fisicità della vita che unisce le sue tre età tramite il filo rosso della debolezza, della mancanza, della dipendenza e dell’inerzia.

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