Daddy, don't you worry none, 'cause Mama's got the pill

23 novembre 2013

Nurse Jackie è la storia di Jackie Peyton (Edie Falco), infermiera newyorchese riservata, pillolomane e fedifraga, circondata da colleghi e parenti altrettanto libertari e complessi. È stata creata, prodotta, talvolta anche scritta e diretta da Linda Wallem e Liz Brixius – lesbiche e(d ex) compagne nella vita reale – ed è la drammedia in assoluto a più alta concentrazione di personaggio omosessuali mai realizzata.

Oltre alle numerose occasionali comparse che esauriscono il loro arco narrativo nei venticinque minuti di un episodio, ci sono:

· il medico Fitch Cooper (Peter Facinelli), nato e cresciuto in una famiglia omogenitoriale: le mamme sono interpretate da Swoosie Kurtz e Blythe Danner, entrambe gay honoris causa (veterane di Broadway, la prima è già stata lesbica in Citizen Ruth e Desperate Housewives, la seconda era la madre di Will in Will & Grace). Danner è stata poi sostituita in corso d’opera da Judith Light, che ormai non accetta più un ruolo televisivo o cinematografico a meno che abbia qualcosa a che fare con l’omosessualità;

· l’infermiere Mohammed de la Cruz (Haaz Sleiman), detto “Mo-Mo”, che pare modellato sul Belize di Jeffrey Wright nella versione HBO di Angels in America. Contemporaneamente a Jackie anche gli sceneggiatori di Mercy, una poco brillante serie ospedaliera, hanno tentato di proporne una copia slavata, affidando la parte al pur bravo – e gay – Guillermo Díaz: Mo-Mo rimane di gran lunga l’infermiere gay più riuscito del decennio televisivo scorso;

· l’infermiere Thor Lundgren (Stephen Wallem), chiamato a sostituire Mo-Mo dopo la sua inspiegabile scomparsa nel nulla all’altezza del finale della prima stagione. O forse una spiegazione c’è: Wallem è il fratello minore della Linda Wallem di cui sopra. Voci di nepotismo hanno circondato la sua promozione a main character, considerato che nei primissimi episodi era soltanto la spalla tristanzuola di Mo-Mo. Resta il fatto che Wallem – anch’egli gay – è molto adatto alla parte dell’infermiere diabetico, sovrappeso e sfortunato in amore;

· la dottoressa Eleanor O’Hara (Eve Best), europea a tal punto da sembrare un pesce fuor d’acqua all’All Saints Hospital: è imponente, positivista, antipuritana, sboccata, tranchant. E bisessuale, più tendente al lesbico (la sua compagna è interpretata da Julia Ormond, ma non è una storia d’amore a lieto fine). A cambiarla un po’ è l’esperienza della gravidanza, orgogliosamente solitaria e in vitro, tanto che decide di abbandonare New York e di tornare nella natia Gran Bretagna per crescere il figlio;

· il regista John Cameron Mitchell, quello di Shortbus, che ha diretto un episodio decisivo per le sorti di O’Hara.

Nurse Jackie è una di quelle serie che non ha bisogno di personaggi gay introdotti con la sola finalità narrativa di essere gay, né di baci in primissimo piano o proclami didascalici per esprimere il proprio spirito militante. Anche ora (quinta stagione) che le due creatrici hanno abbandonato la barca, gli sceneggiatori sono sempre in grado di mantenere alto il livello. Paradossalmente è anche scorretto definirla una serie ospedaliera: i momenti “a cuore aperto” (o, più spesso, “con una statuetta dell’Empire State Building conficcata in un rene”), che pure ci sono, non sono banalmente chiamati a produrre tensione e non sono il fulcro falsamente splatter di un racconto altrimenti fatuo (cfr. Grey’s Anatomy, ER e simili). In Jackie non ci sono vuoti da riempire con interiora e budella al vento, perché l’intreccio e la profondità dei personaggi sono strabordanti.

Non ha molto a che vedere con l’omosessualità, ma Nurse Jackie (nella persona di Merritt Wever, che interpreta l’infermiera naïf Zoey) può vantare anche il discorso di accettazione più spassoso dell’intera storia delle cerimonie di premiazione.

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