Marcel Jouhandeau, Tiresia

8 gennaio 2014

Marchese Editore propone la prima traduzione italiana del breve racconto Tiresia dello scrittore francese Marcel Jouhandeau (1888-1979). Il testo venne pubblicato anonimo nel 1954 e riedito nel 1977 sotto pseudonimo e solo nel 1988, a breve distanza dalla morte dell'autore, il racconto apparve per la prima volta a suo nome. Già all'epoca i contemporanei non hanno dubbi sull'identità dell'autore, che non ne faceva mistero, pur rifiutando la paternità esplicita del proprio testo, ritenendolo evidentemente troppo scabroso.

In Tiresia Jouhandeau affronta infatti l'argomento della sessualità nei suoi aspetti più corporei, attraverso la rievocazione delle avventure erotiche vissute da un protagonista-narratore (facilmente identificabile con l'autore stesso) insieme a quattro giovani prostituti in un bordello parigino. Il fulcro del libro non è però la mera cronaca di queste avventure, quanto piuttosto le sensazioni e le emozioni legate alla scoperta di nuove pratiche sessuali: attorno ai sessant'anni il protagonista ha infatti il suo primo rapporto sessuale passivo. Proponendosi evidentemente di evitare ogni trivializzazione, l'autore trasfigura il proprio vissuto in un'esperienza iniziatica e rituale e lo fa attraverso innumerevoli richiami alla mitologia classica. Ogni singola parte del corpo, ogni aspetto della pratica sessuale viene idealizzato attraverso una retorica aulica e iper-letteraria; il protagonista stesso viene ad identificarsi nella figura di Tiresia, indovino che secondo il mito fu tramutato da donna in uomo per sette anni, scoprendo il grande piacere erotico concesso al sesso femminile.

La trama esile e un discorso iperbolico e un po' barocco lasciano inizialmente il lettore un po' perplesso. Nel volume non mancano tuttavia alcuni motivi di interesse. Anzitutto la forma narrativa, che si presenta come una serie di riflessioni estemporanee, assemblate per comporre un curioso quadro: dalle prime pagine, in cui l'immedesimazione nella mitologia sembra totale, si giunge a un finale dove la finzione si sgretola. Tiresia è la storia di un'ossessione per il corpo maschile e per il sesso; l'appuntamento fisso presso il bordello relega tutto il resto della vita del protagonista (le relazioni sociali, il lavoro, il matrimonio) in secondo piano. D'altro canto alcune riflessioni sulla natura dell'amore, sull'ipocrisia della società dimostrano una grande capacità introspettiva e un grande spirito critico. In alcuni punti il narratore si distacca infatti dalla propria mitologia erotica e lascia intuire come dietro a questa si nasconda una realtà ben più prosaica. Lo si comprende soprattutto nel finale, quando uno dei giovani prostituti, descritti fino allora come semidei, si dimostra ben altrimenti terreno: potrebbe decidere di ricattare il protagonista, minacciandolo di rivelare tutto alla moglie.

Tuttavia in gran parte di quest'opera il mondo reale rimane tendenzialmente in ombra, a favore del florilegio di metafore erotico-poetiche che costituiscono il mondo immaginario dell'autore-narratore. Questo libro sembra testimoniare la necessità di trattare un tema tenuto a lungo nascosto dall'autore (che d'altronde era un fervente cattolico), attraverso una formulazione di compromesso tra ciò di cui non è permesso parlare (la sessualità) e ciò che risulta socialmente accettabile (le immagini letterarie). Un compromesso, a mio avviso, un po' sbilanciato e non pienamente riuscito.

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