Noi siamo infinito

15 gennaio 2014

Noi siamo infinito è un piccolo gioiello ed un mezzo miracolo, tanto in forma di romanzo (1999) quanto trasposto sul grande schermo (2012). Chi di noi, ripensando alla propria adolescenza, non ha mai immaginato di scrivere di quegli anni restituendone lo spirito, tratteggiandone l'irripetibile miscuglio emotivo, senza scadere nella banalità? Il fatto è che trattare il tema dell'adolescenza, nostra o di chiunque altro, è terribilmente difficile. Costruirci sopra un film così credibile, poi, sembra(va) davvero una missione impossibile. Stephen Chbosky (scrittore, qui anche sceneggiatore e regista) c'è riuscito, col romanzo The perks of being a wallflower (letteralmente, "i vantaggi di essere una tappezzeria") e con l'omonima sceneggiatura.

Charlie (un delicatissimo Logan Lerman, già notato da Chris Columbus per il suo Percy Jackson) osserva le cose e le comprende, in bilico tra terrore e meraviglia; attraversa il mare agitato ed ostile dell'ingresso alle scuole superiori, approdando infine sull'isola dei giocattoli difettosi, accolto da due studenti dell'ultimo anno, suoi straordinari comprimari: Patrick (Ezra Miller, capace di figurare dignitosamente accanto a Tilda Swinton in E ora parliamo di Kevin) e Sam (Emma Watson, al primo e parzialmente riuscito tentativo di uccidere l'ingombrante Hermione Granger, personaggio che pure l'ha resa popolare lungo quasi dieci anni di Harry Potter). Il trio vive in un'epoca che i trentenni di oggi forse ricordano (e che i nativi digitali ignorano completamente): una terra di mezzo, tra la fine degli anni '70 e la metà inoltrata degli anni '90, in cui si sperimentavano per la prima volta progressi tecnologici cui oggi siamo assuefatti, senza perdere la consapevolezza che fossero un privilegio. Un tempo in cui non esistevano iPod dalle playlist sterminate, che amalgamassero centinaia di canzoni appiattendole inesorabilmente, ma solo selezionatissime, imperfette compilation su musicassetta; anni in cui smartphone ed applicazioni in grado di riconoscere all'istante un bel pezzo passato per radio erano pura fantascienza: occorrevano mesi di ricerche prima di trovare il brano, per poi magari ascoltarlo in macchina, inforcare di nuovo il tunnel insieme, allargare le braccia nel vento e sentirsi infiniti.

Charlie e Sam custodiscono ferite personali profonde, sanguinolente ed assimilabili tra loro, ma proveranno che l'affetto, dato e ricevuto, ha tanti volti quante sono le persone. Patrick, invece, è gay, ma è anche e soprattutto un ragazzo che "ogni sera parte su di giri, si sente libero e padrone del suo destino, ma dopo un po' non trova più il modo di non pensare". Non solo: Patrick è innamorato (corrisposto) di una checca naturale al 100%, un altrimenti insospettabile, popolare compagno giocatore di football; su fronti opposti, sperimenteranno in prima persona (e sulla propria pelle) che non tutti sono pronti per essere salvati. Raccontandone la vicenda, vero pilastro nell'economia narrativa dell'opera, Chbosky sfodera verosimiglianza fuori dal comune, sensibilità lontana dal pietismo, delicatezza intelligente: se è vero che tutti noi accettiamo l'amore che pensiamo di meritare, allora imparare a volere bene a qualcuno significa innanzitutto dichiararsi amore e fedeltà allo specchio, senza compromessi. Per ogni adolescente gay, questo significa affrontare l'inesorabile scoglio del coming out (se non dell'outing), sperando di avere interlocutori altrettanto coraggiosi ed immaginando, perché no, di incontrare amici come quelli per i quali a più riprese -statene certi- sorriderete e verserete lacrime guardando il film.

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