Le elegie di Tibullo

7 agosto 2013

Di Tibullo a scuola si insegna che amava la campagna, era amico di Orazio ed era un poeta doctus, mentre dei suoi carmi nelle antologie trovano spazio di solito quelli agresti o che hanno a che fare con Delia. Quest’ultima, tuttavia, è coinvolta solo in cinque delle sedici elegie che sono sicuramente ascrivibili a Tibullo. Delle restanti, tre riguardano un’altra donna (significativamente denominata Nemesi) e tre un ragazzo, Marato (si tratta dei carmi 4, 8 e 9 del primo libro).

Nella quarta elegia il poeta chiede a Priapo quale sia il motivo per cui i ragazzi si innamorano di lui, giacché non è bello, non si cura nell’aspetto e se ne va in giro sempre nudo, d’estate come d’inverno. L’osservazione è ironica poiché Priapo era sempre rappresentato con un fallo enorme, ovvia risposta implicita alla domanda del poeta. Proprio perché la risposta oscena è sottintesa, il dio aggira la domanda e offre invece un corso condensato di seduzione, spiegando come si deve operare per conquistare un puer, che la tradizione letteraria greco-romana ritrae solitamente come restio a concedersi. Quale che sia la ragione dell’innamoramento (molte sono le possibili malie dei pueri, dall’esibizionismo dell’atleta alla pudicizia del giovane riservato), il consiglio è in sostanza uno solo: portare pazienza e concedere tutto («obsequio plurima vincet amor»). Qualsiasi cosa il ragazzo sdegnoso voglia fare, il poeta deve prestarsi accollandosi la parte meno gradevole: suoi saranno i duros labores se il giovane vuole andare a pesca o a caccia, e se invece vuole tirare di scherma bisognerà lasciarlo vincere perché non si offenda. Se compiaciuto in tutto, il ragazzo riconoscente inizierà a lasciarsi rubare qualche bacio, per poi ricambiarli e offrire infine abbracci affettuosi (il resto si lascia sottinteso). Di questi tempi, lamenta però Tibullo (che scrive tra il 30 e il 20 a.C.) per bocca di Priapo, c’è sempre il rischio che il ragazzo chieda soldi. Di qui un’invettiva contro la prostituzione e la generale svalutazione della letteratura, poiché nemmeno la promessa di immortalità può competere con le lusinghe della ricchezza. Forte delle istruzioni di Priapo, il poeta si offre come consulente per chiunque abbia problemi d’amore con ragazzi, anche perché, rivela infine, lui stesso non è estraneo alla passione per i giovani maschi («Heu heu! Quam Marathus lento me torquet amore!»).

Nell’ottava elegia il poeta si presta a fare da mezzano tra Marato e una donna di cui il giovane si è innamorato. Per compiacere il ragazzo e continuare a goderne i favori, Tibullo infatti lo aiuta nella sua parallela conquista femminile, invitandolo a desistere dal continuare ad acconciarsi come un cinedo (curandosi i capelli, truccandosi il viso e rifacendosi le unghie) solo per cercare di tenere nascosta la sua parallela infatuazione eterosessuale. Il poeta pretende trasparenza, non che Marato gli sia fedele.

Quantomeno se di mezzo c’è una donna: quando il rivale è invece un uomo la questione cambia. Nell’elegia successiva Tibullo si scaglia infatti con violenza contro chi, pur brutto e malato, ha sedotto Marato con le sue ricchezze («muneribus meus est captus puer»). Dopo aver maledetto l’inventore della prostituzione maschile nella quarta elegia («urgeat ossa lapis», aveva chiuso – è il caso di dire – lapidariamente), ora Tibullo inveisce contro Marato e il suo nuovo amante augurando a entrambi di finire cornuti e infelici, chiedendo scusa alle Muse per aver sprecato la loro arte al fine di cantare le lodi di un ingrato, e pregustando il giorno in cui sarà Marato a piangere, quando il poeta lo avrà sostituito con un altro ragazzo.

L’edizione critica della Fondazione Valla raccoglie le elegie sicuramente attribuibili a Tibullo, tralasciando quelle del terzo e del quarto libro del cosiddetto Corpus Tibullianum, di mano dubbia quando non certamente di altri autori. La traduzione e il ricco commento sono di Francesco Della Corte, che per la stessa collana aveva già curato la raccolta dei carmi di Catullo. Della Corte approfondisce fonti, questioni culturali, poetiche e linguistiche, come si conviene a un commento di alto livello, né disdegna – a differenza di altri curatori coinvolti nella collana – di soffermarsi all’occorrenza su peculiarità grammaticali e sintattiche utili per chi legga il latino senza essere uno specialista.

A latere una nota di rammarico per il modo in cui Mondadori sta lasciando andare fuori catalogo molti dei volumi (compreso quello di Tibullo) di questa collana di prestigio internazionale, nonostante negli anni sia stata confermata l’esistenza di un pubblico di persone alfabetizzate sufficiente a mandare esaurite numerose ristampe.

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