Familles, je vous haïs

4 marzo 2014

Il sale del titolo sembra incrostare tutte le pagine di questo romanzo, seconda opera d’un ancor giovane scrittore francese di cui, chi sa perché, in Italia è stato tradotto solo questo libro da una piccola casa editrice, laddove le più insulse ciofeche americane sono pubblicate dai grossi editori fra peana e fanfare; ma non è il sale che dà gusto al cibo, non è il sale che frizza brioso e salutifero nel vento, umbrifero prefazio d’un tremolare della marina che ancora non si scorge ma si sente vibrare vicino: è un sale che lascia granulosi e scabri i rapporti umani, è un sale che s’incrosta sui ricordi rendendoli urticanti, è un sale che deposita concrezioni nel cuore, fra memorie dolorose, angosce mai confessate, violenze sottili e antiche che hanno inciso nella carne invisibili tagli di rasoio.
Tutto si svolge in una giornata: Louise, vedova dell’arcigno e ruvido Armand, pescatore di origine italiana, è in attesa dei figli Fanny (la quale ha perso una figlia, e ha una relazione burrascosa col marito e col figlio), Albin (padre di famiglia dal carattere chiuso e aspro) e Jonas (gay che vive col medico beur Hicham, e si porta dietro il lutto per l’uomo che ha amato da ragazzo, Fabrice) per una cena che riunisca l’intera famiglia nella sua casa a Sète; ognuno a suo modo ricorda il passato, rivanga le sue ferite.
Incombe su tutti l’ombra di Armand, convitato di pietra dei cui drammi, di là da una facciata di durezza e violenza, vengono adagio a galla brandelli e scaglie, suggerendo che le ingiustizie, le meschinità, le miserie che c’infangano agli occhi altrui a volte non sono che il parto di violenze e sofferenze patite, delle quali il mondo non sa nulla. Di questa famiglia dilaniata da rancori e incomprensioni Del Amo traccia un ritratto pietroso ma screziato da esili venature di pietas: la prosa scorticata e sanguigna lampeggia di virtuosismi a volte fin troppo compiaciuti; ma dopotutto preferisco l’ardisco, non ordisco di questo giovane guascone dello stile alle prosucce tenui e sfilacciate che amano tessere troppi scrittorelli nostrani e d’oltreoceano, minimalisti per codardia e incapaci di maschio atticismo. E dire che il tema e l’ambientazione stessa del romanzo non sono tra quelli che mi fanno innamorare di primo acchito: ma Del Amo, appunto, scrive bene, sicché sa rendere attraenti perfino pagine che troverei altrimenti sgradevoli.
Peccato solo per qualche sciatteria nella traduzione: ad esempio l’orrido anglismo realizzare usato col senso di capire, accorgersi, il bagnasciuga di mussoliniana memoria in luogo della battigia, gli adoperato al posto di loro (e nella narrazione, non in un dialogo), il verbo accapponare usato transitivamente (ma non col senso che ha quand’è transitivo: cioè castrare i polli), la città di Tolosa chiamata sempre, chi sa perché, Toulouse in francese, mentre Parigi non diventa mai Paris. Fanno contrasto, curiosamente, preziosismi come il chiamare le areole dei capezzoli col più raro aureole, e calaverna quella detta più comunemente galaverna. Ad ogni modo, codesti difetti, veniali se si pensa che dopotutto il libro è stampato da un piccolo editore, non fanno velo alla qualità d’una scrittura che appunto anche nella versione italiana continua a brillare con un’accattivante potenza.
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