L'innocenza delle caramelle

2 settembre 2014

Il fascino dei vinti, le anime dolenti e i corpi amputati dei poveri cristi del profondo Sud statunitense, un onnipresente sottotesto omoerotico, le donne psicolabili o rapaci che sono il suo marchio di fabbrica: che le giovani leve gay lo conoscano o meno, Tennessee Williams e il suo immaginario hanno tuttora molta presa sulla comunità. Basti pensare a decadenti cantautrici nate per morire che lo omaggiano nei testi, o al New Queer Cinema bello e dannato, o ancora al Teatro dell’Elfo milanese che – ormai da qualche stagione – lo ospita come presenza fissa in cartellone.

L’innocenza delle caramelle, pubblicato il 26 marzo 2014 in occasione del centotreesimo anniversario della nascita dell’autore, unisce due raccolte di racconti che in Italia non erano dati alle stampe da oltre sessant’anni. Chi lo associa a dialoghi impetuosi e melodrammatici potrebbe trovarsi spaesato: la sua prosa è asciutta e languida, il discorso diretto limitato al minimo indispensabile, anche se vi si ritrova intatto il suo gusto per le perifrasi iperboliche e i climax deflagranti (da un giovane ragazzo di vita, che scopre il piacere col prete che lo viene a visitare nel braccio della morte e si sveglia «bruciante di vergogna sotto l’umida e dolente iniziale di Eros», alla Grossa Olga, pingue affittacamere di un bordello estivo nonché molestatrice di materassi con amplessi che «fanno pensare alle confessioni morenti di un tricheco»).

Williams accarezza tutta la sua umanità tormentata con immenso affetto, accompagnandola spesso al patibolo o a un’ineluttabile sconfitta con una delicatezza che – almeno per un momento – fa dimenticare la crudeltà degli eventi narrati. Crudeltà che fu compagna fedele di Williams lungo tutta la sua esistenza: fu devoto assistente della sorella Rose, schizofrenica e ispiratrice del celebre Improvvisamente l’estate scorsa, in cui tremende scene d’interni in un ospedale psichiatrico si sommano a prostituzione minorile, cannibalismo e omosessualità repressa. Soffrì inoltre di depressione e trovò qualche consolazione nell’alcol, mentre gli uomini di cui si innamorava lo lasciavano per condurre una vita rispettabile, vale a dire quella con moglie e figli a carico.

Da segnalare che due dei racconti presenti nella prima delle raccolte – che è anche la più ispirata tra le due – furono poi adattati da Williams per il teatro e per il cinema: si tratta de “La notte dell’iguana” e di “Ritratto di ragazza in vetro”. A ben vedere, tuttavia, anche nell’enigmatica maledizione del giovane italo-americano Lucio o nella progressiva deriva di Alma Tutwiler che sfugge alla prigionia puritana paterna si scorgono, in filigrana, i tratti di Blanche DuBois o della Signora Stone. E di Williams stesso, primo e campione degli esclusi e degli afflitti.

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