Una commedia italiana

2 settembre 2014

La professoressa Carla Pampaloni Scotti, incredibilmente somigliante ad Ave Ninchi, giusto un po’ più corpulenta e germanica – tanto da essere affettuosamente soprannominata “la Pancera Rosa” – si destreggia tra il suo «gramo gruppo» milanese di dottorande e studentesse in tesi, una menopausa incipiente, un marito ormai apatico e assente, la gente più o meno avariata di un paesino delle montagne trentine e una Londra decisamente rock (peccato solo che ci vivano quei visi pallidi degli Inglesi…). E un padre istrione, che forse nasconde un segreto o anche due, e di sicuro ha fondato un impero industriale del formaggio credendo in una gestione illuminata, à la Olivetti.

A darle manforte ci sono Ottolina, collega e amica fedele come un bulldog (di cui ha anche le sembianze), oltre che il figlio Max, che è – o quantomeno la Pampaloni ci spera – «un filino culo». Ci spera perché è circondata da un’inettitudine maschil-eterosessuale che manco lo zio Gugo di Mario Monicelli, non a caso pluricitato nelle pagine del romanzo insieme ad altri mostri sacri della commedia all’italiana di cui compaiono anche diversi caratteri: il misogino professor Tersilli, che vive ancora negli anni Cinquanta; villici diffidenti e perennemente in fregola, che si accoppiano con mücche (la dieresi è d’öbbligo sopra i 1500 mëtri) o ciò che capita a tiro; il fratello Rogoredo, che esibisce tutti i difetti del figlio di papà parvenu e un po’ arricchito. C’è spazio persino per il cantante dei Deep Purple, un rottame che collassa a metà concerto nell’ebete indifferenza dei lercioni sessantenni tra il pubblico.

Come già aveva fatto col precedente Romanzo per signora, anche in Una commedia italiana Pallavicini mette in atto una mise en abîme particolarmente efficace: a fare da cornice all’intera vicenda c’è un romanzo nel romanzo, o meglio un film nel romanzo che il vecchio dottor Pampaloni giura di aver girato in giro per l’Europa, con grosso modo tutti i più noti attori del dopoguerra cinematografico italiano e della Nouvelle Vague. O forse li ha solo conosciuti. O forse nemmeno quello, perché il dottor Pampaloni è megalomane – almeno pare – e comincia a dare qualche segno di Alzheimer. O forse non è Alzheimer.

L’autore mantiene ciò che promette nel titolo: intrattiene il lettore con un umorismo che era quello di Calindri e di Tognazzi, della Pica e della Valori, di Vianello e di Dorelli. Un umorismo che non teme di gettarsi a capofitto nel meccanico o nel crasso, perché a sostenerlo ci sono dei personaggi che si fanno subito voler bene e una vicenda ben congegnata, che riesce a esaltare gioie e dolori del passato coniugandoli con la speranza che il futuro sia femmina (e magari un filino culo).

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