La saga di Gemma Doyle di Libba Bray

28 settembre 2014

Nel panorama vasto ma non sempre all’altezza di narrativa di genere fantastico rivolta ad un pubblico adolescenziale, spicca una saga di tre libri, uscita tra il 2008 e il 2009 per Elliot edizioni e in corso di pubblicazione in edizione economica. Una grande e terribile bellezza, Angeli ribelli e La rivincita di Gemma compongono un’unica storia, la saga di Gemma Doyle, scritta dall’autrice texana ma trapiantata a New York Libba Bray e sono un’opera interessante sotto vari punti di vista.

Dimenticate le storie vagamente allucinanti di amori improbabili tra fanciulle umane e vampiri e affini, con le ragazze pronte ad annullarsi per il loro fidanzato sovraumano aprendo la strada all’esaltazione delle botte delle sfumature di colore: i libri di Libba Bray sono impeccabili ricostruzioni dell’Inghilterra vittoriana, con un’efficace rivisitazione della narrativa gotica, varianti sul genere fantasy che qui trova nuova linfa e soprattutto sono storie incentrate su personaggi femminili forti e non certo sottomessi, più vicini alle protagoniste di Marion Zimmer Bradley che alle varie Bella ma nello stesso tempo molto diversi.

L’adolescente Gemma Doyle assiste in India alla morte misteriosa della madre e in seguito a questo parte per la Gran Bretagna per completare i suoi studi presso l’esclusivo collegio Spence, dove aveva già studiato la genitrice defunta. Qui troverà amiche nelle persone dell’irrequieta Felicity, della romantica Pippi e dell’esuberante Ann, e scoprirà l’esistenza dei Regni, dimensione parallela abitata da creature soprannaturali non sempre benevoli, e del suo ruolo per poter tenere a bada la magia che unisce i vari mondi e che rischia di creare non pochi problemi.

Una storia intrigante e tutta al femminile, dove si parla anche delle convenzioni e dei limiti che la società vittoriana imponeva alle donne, costrette a matrimoni di convenienza o a lavori umilianti e viste male se erano state abbandonate dal consorte. E qui si parla di classi agiate, perché il libro, sia pure in una prospettiva fantastica, inserisce anche i fantasmi di un gruppo di operaie giovanissime morte durante un incendio in fabbrica, ricordando i drammi che colpivano i più poveri e soprattutto le donne, senza contare che la storia tocca anche il razzismo, sia riferito agli indiani giunti dalle colonie che agli zingari, anche qui visti in una prospettiva matriarcale, visto che il grosso personaggio è un’anziana della tribù, che guiderà le ragazze alla comprensione dei loro poteri.

Nelle pagine dei tre libri trovano spazio vari immaginari culturali, da quello celtico a quello indiano passando per i miti classici, in un’alternanza tra una realtà impeccabilmente restituita e una dimensione fantastica travolgente ben riuscita e originale. E parlando di donne e della loro emancipazione, non manca la presenza dell’omosessualità femminile, tabù all’epoca (la stessa regina Vittoria disse che era punibile quella maschile ma non il lesbismo perché non era possibile che esistesse una cosa del genere!) ma ben presente. Felicity è lesbica e la sua diversità emerge tra la pagine, lasciando comunque al personaggio una porta aperta, dopo la fine della storia con Pippi, che sceglie un altro mondo in cui vivere per sempre. Del resto Libba Bray si distingue come originalità anche nel finale della sua storia, senza scontati e vissero felici e contenti (e rigorosamente etero, ovviamente), ma lasciando un universo aperto di fronte a queste ragazze che affrontano magie, malie, minacce e pericoli e che quindi non potranno mai tornare negli schemi che impone loro la società.

Tre libri da recuperare, soprattutto per chi ama il genere fantastico in tutte le sue accezioni, che qui non è mai banale, e attinge dal passato per dare vita a qualcosa di veramente affascinante sotto tutti i punti di vista.

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