Savage Grace

4 dicembre 2014

Le premesse per un film interessante e avvincente c’erano tutte: la biografia – tratta dall’omonimo libro scritto da Natalie Robins e Steven M.L. Aronson – di Barbara Daly Baekeland, donna dell’alta società della metà del Novecento, pittrice, che si sposò con il ricchissimo Brooks Baekeland, nipote dell’inventore della bakelite, e da cui venne lasciata per una più giovane donna spagnola. Il fatto più tristemente noto della sua vita fu il rapporto sui generis che ebbe con il suo unico figlio, Tony: morbosamente dipendenti l’una dall’altro, Barbara non ne accettò l’omosessualità e cercò di “curarlo” procurandogli una serie di prostitute che lo convertissero e, alla fine, così almeno racconta la pellicola (anche se non sappiamo se sia realmente accaduto), facendo l’amore con lui. Questo rapporto tragico con Tony – manifestamente schizofrenico, ma privato delle cure necessarie – si concluse, nel 1972, con un omicidio.

In Savage Grace, però, tutto avviene in modo sconclusionato e incomprensibile: a partire da un esordio ex abrupto, che lascia lo spettatore disorientato, si arriva, ancora non capendo cosa venga rappresentato, al tradimento di Brooks con la giovane fidanzatina del figlio, Bianca. Da lì, tra vari cambi di scena europei e non, si assiste alla crescita del giovane Tony e allo svilupparsi della sua omosessualità. Ma tutto è tracciato sommariamente, tra un nonsense generale e una risata isterica della protagonista, tra sigarette accese di continuo e personaggi senza capo né coda (Sam Green). Dalla pellicola non si riesce neppure a evincere, a causa anche della fissità del volto di Eddie Redmayne, che il giovane fosse malato di mente, proprio perché si passa troppo velocemente da un decennio all’altro senza raccontare niente in modo approfondito. Tutto è mostrato in maniera superficiale e anche la scena dello “scandalo”, quella del rapporto sessuale incestuoso, assume toni tragicomici, tra l’insolita piacevolezza provocata dal tessuto del nuovo completo del ragazzo e interruzioni ridicole. Neppure l’omosessualità del protagonista è scavata fino in fondo: ci sono, al massimo, qualche bacetto con l’amico spagnolo ed una scena ambigua – forse la migliore – in cui si ritrova a letto con la madre ed un suo amante gallerista.

Riuscendo, dunque, a oltrepassare la patina di plastica del modus narrandi, sono due gli aspetti positivi di Savage Grace: la brevità e l’interpretazione, come al solito convincente, di una Julianne Moore bohémienne e nevrotica.
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