De Sade, ad usum Delphini

8 febbraio 2015

Di De Sade si può dire e si è detto pressoché tutto. Che è brillante, perverso, illeggibile, noioso, volgare, concettoso, eccessivo, ripetitivo, verboso. Ridicolo, tuttavia, non è esattamente il primo aggettivo che viene alla mente. A rimediare ci ha pensato però Grimaldi, che dopo un decennio di opere discusse ma con sprazzi d’interesse, anche nel caso delle due meditazioni sulla figura di un Pasolini amato e odiato ad un tempo, con questo L’educazione sentimentale di Eugénie è finito a fare letteralmente a pezzi La filosofia nel boudoir del povero marchese.

Intendiamoci, qua e là qualche inflessione umoristica è pure intenzionale. Ma il grosso del comico è involontario e scaturisce dal kitsch irrefrenabile prodotto dal contrasto fra le frasi audaci prelevate da Sade e i ninnoli, i pizzettini, i lumi di candela, il Vivaldi in sottofondo che neanche il Rondò Veneziano (per chi se lo ricorda ancora); tra le dichiarazioni di desiderio irrefrenabile per il membro maschile e il timore reverente di mostrarlo; tra le provocazioni sensuali rivolte allo spettatore, cioè proferite direttamente in macchina, e la cadenza strascicata e cantilenante di quattro attori che sanno essere sensuali quanto un opossum imbalsamato. Sembra Sade fatto dai Broncoviz, una parodia di cinema come non avrebbe sfigurato in Hollywood Party (per chi se lo ricorda ancora). E continuano a rimbombarmi nelle orecchie le risate baritonali di Valerio Tambone che vorrebbero essere sataniche (in Sade – non nel film – Dolmancé è pur sempre «l’individuo più perfido e malvagio che esista sulla terra»), ma lo sono quanto quelle di Fantaman (va bene, sono sicuro che questo non se lo ricorda proprio nessuno).

Tra l’altro, pur preservando al centro dell’intreccio dei quattro libertini il personaggio del sodomita Dolmancé, di audace nel film vi è solo lo sprezzo per il cinema, che si riduce a qualche inquadratura patinata, così come i dialoghi di Sade sono censurati e limati fino a renderli disponibili per le educande di mamma Rai, dove il film potrebbe benissimo essere trasmesso in prima serata (che poi, in un paese arretrato quanto il nostro, anche questo libertinaggio di provincia possa dire qualcosa è un altro discorso). Lo stesso dicasi per le situazioni: De Sade immagina che il superdotato cavaliere (qui marchese), fratello della signora di Saint-Ange che deve “educare” Eugénie, si fosse concesso ben volentieri a Dolmancé in tutti i ruoli possibili, e pure insieme a un terzo uomo: nel film si lascia fare, restio, due carezze sulla pancia da un Dolmancé che deve raccontargli una quantità di sciocchezze prima di arrivare al dunque. Un dunque ovviamente inghiottito da dissolvenze.

La scena mi ricorda quella di tanti porno in cui A, presunto etero, deve simulare disinteresse se non fastidio per B che vuole a tutti i costi sedurlo, prima di concedersi anima e core. Ecco, se le dissolvenze de L’educazione sentimentale di Eugénie avessero viceversa inghiottito gli strazianti tentativi dei prodi Salvucci, Tambone, Sartini e Stelluti di proferir verbo, avrebbero reso un eccellente servizio al film, lasciando parlare viceversa quelle anatomie maschili il cui eloquio sa essere spesso più convincente e onesto. Perché non esiste solo la sana pornografia dei corpi, esiste anche la perversa pornografia della parola. E non intendo certo la pornolalia, cioè il dir volgarità per eccitare (senza la quale scomparirebbe pure tanta letteratura, non solo d’appendice), bensì il parlar fatico, fine a se stesso, senza sapienza né mestiere, peggio magari con falso spessore. Alla pornografia della parola preferisco senz’altro la pornografia tradizionale. Almeno, al limite, è naïf e noiosa anziché molesta e pretenziosa.

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