Goltzius and the Pelican Company

11 aprile 2015

La presenza di personaggi omosessuali nel cinema di un regista come Peter Greenaway, con i suoi racconti intessuti su complicate trame sospese tra eros e thanatos, non è che rappresenti una gran notizia. Del resto non è nemmeno una novità: basti pensare a The Pillow Book.

A sorprendere semmai è che nel giro di pochi anni Greenaway abbia partorito, insieme a questo film sull’incisore Hendrik Goltzius (in cui ne suggerisce l’omosessualità), una biografia sul maestro del cinema sovietico Ejzenštejn (in cui ne esplicita l’omosessualità), ne abbia messa in cantiere una seconda (che con divertito sarcasmo ha annunciato cofinanziata con soldi della Russia omofoba), abbia in mente di girare un film sul fatto che Gesù Cristo era in effetti figlio di due padri (per di più ispirandosi a Rosemary’s Baby, cioè al figlio del diavolo) e, come non bastasse, abbia già annunciato un remake/sequel di Morte a Venezia, incentrato su un Tadzio ormai cinquantenne.

Qualcosa di più di coincidenze, piuttosto una fascinazione per un soggetto che, nella sua attualità politica, si offre ora come ottimale per continuare un percorso di provocatoria disinibizione, avviato in anni non sospetti quale riflessione sul rapporto tra estetica e corporeità, arte e potere. La speranza è che tale fascinazione possa realizzarsi pienamente, e in forme tali da riportare in auge un autore il cui declino, a partire proprio da The Pillow Book, in pochi si sentirebbero di negare: stile e temi si andavano infatti facendo sempre più ripetitivi e grevi per riuscire ancora convincenti.

In Goltzius Greenaway sembra aver ritrovato qualcosa della sua effervescenza d’un tempo nel raccontare, tramite le parole del Goltzius del 1600, una vicenda accaduta circa dieci anni prima, quando l’incisore non aveva ancora raggiunto la sua fama. Ovviamente si tratta di un ’600 senza filologia, ricostruito e riusato con estrema libertà e inventiva: il film del resto si apre su un plateale anacronismo, laddove il Margravio interpretato da Murray Abraham, chiamato a finanziare l’acquisto dei macchinari necessari a produrre un ciclo di stampe erotiche ispirate alla Bibbia, accusa l’artista di voler fare in sostanza della pornografia, termine coniato solo oltre due secoli dopo.

Ad ogni modo viene lanciata la sfida: se la compagnia teatrale che accompagna Goltzius intratterrà per sei sere consecutive la corte, inscenando ogni volta una vicenda del Vecchio Testamento ispirata a un diverso tabù, i soldi saranno elargiti.

Il racconto, in verità, si ingolfa un po’ nello svolgimento, appesantito com’è da un gusto barocco per il sovraccarico delle inquadrature. Greenaway non sembra però curarsi granché della monotonia, compiacendosi di accostare, da par suo, erudizione, finezza d’eloquio e corporeità bassa e materiale, con spreco di nudo (da noi, anzi, ha fatto parlare più il nudo di Giulio Berruti che il film in sé).

Il risultato è un apologo complessivamente seducente e persuasivo sul rapporto tra potere e libertà d’espressione, nonché tra censura e desiderio represso dei censori (uno dei più fieri avversatori della compagnia rivela a metà film il suo desiderio per un piacente attore e ne subisce le conseguenze, mentre lo stesso Margravio è mosso da lussuria nelle sue decisioni finali).

Alla fine anche Goltzius, burattinaio della vicenda, dopo che già si era vociferato su una certa sua ambiguità, è mostrato apprestarsi ad andare a letto con un giovane.

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