In nome del popolo italiano

20 settembre 2015

L'imprenditore Lorenzo Santenocito, interpretato da Vittorio Gassman, è un parente ricco e potente del Bruno Cortona de Il sorpasso, rispetto al quale è più perfido, più corrotto, meno spontaneo ma non meno imprudente. Il Santenocito è una discarica di vizi: è stato un paracadutista della Repubblica di Salò, è un evasore fiscale, permette ai propri stabilimenti di scaricare residui tossici in mare e afferma con orgoglio che «la corruzione è essa stessa progresso». Dulcis in fundo, raccoglie firme contro il divorzio, il che – in una Commedia all'Italiana – equivale a un marchio inconfondibile di ipocrisia.

Per questi e per tutti gli altri peccati di cui si è già infangato o sicuramente si infangherà, Santenocito viene eletto come colpevole ideale dall'acido ma irreprensibile giudice Bonifazi (Ugo Tognazzi), il quale si trova per le mani il caso della morte di una giovane prostituta (o meglio, una escort ante litteram) usata da Santenocito per mettere di buon umore i suoi partner d'affari. Provvidenzialmente l'imprenditore non può dimostrare di avere un alibi per la sera della morte della ragazza, quindi Bonifazi si affeziona all'idea di poterlo incolpare di omicidio o, come minimo, di omissione di soccorso.

In nome del popolo italiano è un film aspro, persino triste a tratti, quando guardiamo l'Italia portata in scena da Dino Risi con gli occhi del giudice Bonifazi, che ovunque vede sporcizia, corruzione e cialtroneria. Le macchiette che fanno guadagnare al film l'appellativo di commedia si muovono anch'esse in mezzo alla stessa melma. Tra di esse figurano anche due pittoreschi omosessuali (usati come “portafortuna” in molti film di Risi).

Il primo risponde al nome di Floriano Roncherini, il «valido public relations man (in effetti non troppo man)» di cui si serve Santenocito quando ha bisogno di sfoggiare belle ragazze a feste e ricevimenti. Questo Roncherini è un ruffiano in giacca e cravatta piuttosto antipatico, perfettamente intonato alla corruzione dominante nel film; lo impersona nientepopodimeno che Giò Stajano – autoproclamatosi “il primo omosessuale dichiarato d'Italia” – che all'epoca non aveva ancora cambiato sesso.

La seconda figurina omosessuale è quella dello spelacchiato cameriere Settimio, il cui datore di lavoro, un commendatore in rovina, ha fornito un alibi a Santenocito in cambio di aiuti economici. Incontriamo Settimio mentre fa la spesa al mercato e, da brava comare, sta avendo da ridire con l'ortolano. Con il suo accento toscano d'ordinanza esclama: «O imbroglione e birbaccione, li riconosco sai: ce li hai qui da un mese questi pisellacci gialli», meritandosi ovviamente una battutaccia da parte del suo avversario.

Quando un appuntato dei carabinieri, inviato dal giudice Bonifazi, viene a prelevarlo, Settimio esclama famelico «Dio che occhi da cerbiatta!» e, appena condotto in macchina, assale l'appuntato per soddisfare le proprie brame. Condotto di fronte al giudice Bonifazi, viene praticamente ricattato perché smentisca l'alibi che il suo padrone ha fornito a Santenocito, sennò l'appuntato lo denuncerà. Settimio – che in quanto frocio non può che essere delatore – vuota subito il sacco, per evitare che la Benemerita gli dia dei fastidi («è per la mia povera mamma, a settantasei anni mi ha già bello e maledetto nove volte»).

Roncherini e Settimio servono esclusivamente a dare una nota di colore a un film bigio e volutamente squallido, illuminato solo dall'effervescente sceneggiatura di Age & Scarpelli – ben servita dai protagonisti, naturalmente – che contiene molti spunti interessanti: il giudice, per veder trionfare la propria superiorità morale, dovrà ricorrere all'abuso di potere e distruggere le prove dell'innocenza di Santenocito, incolpevole solo per caso.

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