Bordella

21 settembre 2015

Dopo aver circonfuso di un'aura inquietante la Bassa padana grazie al pregiato horror rurale La casa dalle finestre che ridono (1976), Pupi Avati ha commesso un simpatico peccato di spregiudicatezza con Bordella, una commedia grottesca con incongrui momenti da musical, con coreografie di Tito LeDuc, la più anziana delle Sorelle Bandiera.

Questo film frastornante e scoordinato è assimilabile agli exploit comici del primissimo Woody Allen, vale a dire film carini ma scombinati come Il dittatore dello Stato Libero di Bananas. La somiglianza con quest'ultima pellicola sta non solo nella messinscena caotica, ma anche nella tematica genericamente politica. L'obiettivo di Avati, come quello di Allen, è quello di mettere in burla l'imperialismo culturale e commerciale americano, anche se le allusioni all'attualità con cui Avati condisce il suo pasticcio (riferimenti a Kissinger e allo Scandalo Lockheed) rischiano di cadere nel vuoto per gli spettatori più giovani.

Lo spunto burlesco di Bordella è esilissimo: il governo statunitense lancia una nuova multinazionale che si propone di rispondere all'incontenibile esplosione del desiderio sessuale femminile con una catena di casini. La filiale del Belpaese viene affidata all'italoamericano Eddie Mordace (Al Lettieri).

Questo presupposto fa sì che il film si avvicini a certe situazioni di un altro semi-musical, Dolci vizi al foro di Richard Lester (che però vantava le canzoni ben più rilevanti di Stephen Sondheim). In esso il protagonista Zero Mostel si recava in un postribolo dell'antica Roma in cui un eloquente lenone gli presentava, una dopo l'altra, le piccanti specialità della casa: brune selvatiche e atletiche, bionde giunoniche, gemelle inseparabili etc.

Nel caso di Bordella a entrare in una casa di piacere non è un uomo, bensì una donna assatanata (che palpeggia ometti indifesi in metropolitana), alla quale vengono presentate diverse tipologie di maschio cioè – inizialmente – un colosso superdotato e beone e un pugile rintronato e impotente (il “moscione della casa”), cui poi si aggiungeranno un nobile decaduto e un maniaco sessuale. A introdurre questi esemplari con un fiume di parole è un maestro delle cerimonie indicibilmente checca, Francesco, il quale ha alle spalle una carriera teatrale coronata da un'applauditissima performance nei panni di Cleopatra e che, come viene annunciato alla fine del film, cambierà sesso a Casablanca e diventerà dama di compagnia della allora First Lady Betty Ford.

Francesco è interpretato da Vladek Sheybal, il Kronsteen di Dalla Russia con amore; Sheybal aveva già interpretato un omosessuale in Donne in amore di Ken Russell, e qui si abbandona a una performance disinibita e abbastanza disturbante, dati il suo pallore vampiresco, la sua espressione da sfinge maliziosa, i suoi improbabili outfit e gli imbarazzanti spogliarelli in cui si produce nei momenti più inopportuni. Eppure Sheybal è quasi misurato rispetto al resto del cast, il che è inevitabile data la presenza di Gigi Proietti e di Christian De Sica, che interpretano due dei prostituti.

Una delle pochissime svolte nell'intreccio di Bordella è data dall'arrivo di una “cliente” un po' particolare, che si scopre essere un capitano dei pompieri en travesti (ma il pubblico degli anni Settanta si divertiva così tanto all'idea che gli uomini in divisa si trastullassero in abiti femminili?). Questo capitano dei pompieri – prima di essere cacciato da Francesco per aver disonorato un luogo consacrato al piacere femminile – racconta la sua triste storia ai prostituti affermando: «Sulla mia culla io avevo il fiocco bicolore». Di fronte a tale rivelazione il pugile bolso (Gianni Cavina) borbotta cupamente: «La mia prima erezione... con un capitano dei pompieri».

Bordella è una collezione di amenità di questo tenore e – anche se all'epoca ebbe l'onore di essere sequestrato per oltraggio al pudore – non è molto più di una curiosità nella variopinta carriera di Avati.

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