Un uomo, una città

26 settembre 2015

Un uomo, una città è un atipico poliziesco firmato da Romolo Guerrieri; le sue coordinate sono le stesse del più celebre La donna della domenica, uscito un anno dopo, nel 1975, per la regia di Luigi Comencini. Entrambe le pellicole analizzano la Torino dei primi anni Settanta, con annesse inquietudini e fermenti sociali e, soprattutto, con la sua alta borghesia tronfia e piena di sordidi segretucci. Il film di Guerrieri e quello di Comencini sono ricavati da due libri usciti nel 1972; il primo è tratto da Il commissario di Torino, scritto dai giornalisti Marcato e Novelli, mentre il secondo è l'adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Fruttero e Lucentini. I protagonisti di queste due opere letterarie sono ispirati a un'unica figura: Giuseppe Montesano, soprannominato il Maigret di Torino.

Ciononostante il Commissario Santamaria (Marcello Mastroianni) de La donna della domenica non è un clone del suo corrispettivo Michele Parrino (Enrico Maria Salerno), capo della squadra mobile in Un uomo, una città. Santamaria è un elegantone che si confronta con i capricci e gli sterili intellettualismi delle mogli e dei figli dei pezzi più grossi della città; ma, per quanto irritanti, gli individui con cui si trova a trattare non sono infognati nel crimine tanto quanto i figli di papà che rendono impossibile la vita del Commissario Parrino; quest'ultimo – un cardiopatico facile all'avvilimento e alle sparate contro il marciume della società – si sente infinitamente più vicino agli immigrati meridionali, soggetti alle tragedie dovute allo sfruttamento e al mancato adattamento.

Benché illuminato, finanche sovversivo quando si arrabbia, Parrino è pur sempre un uomo dei suoi tempi... o meglio, un fratello dei commissari da poliziottesco degli anni Settanta: né lui né i suoi subordinati possono sottrarsi ad alcune situazioni stereotipate proprie della carriera di ogni “sbirro bastardo” erede dell'Ispettore Callaghan*. Nel novero di queste situazioni rientra l'accanimento “rituale” verso gli omosessuali, ancelle nei più torbidi ambienti malavitosi.

In Un uomo, una città si verificano due casi di questa tipologia; il primo vede come protagonista un aitante travestito che difende il suo fidanzato, cioè un rapinatore che sta per essere tratto in arresto. L'assistente toscano del commissario lo sgomina tirandogli un prevedibilissimo calcio nelle parti basse: «Ma allora tu c'ha i coglioni!» esclama stupito, strizzando l'occhio a un pubblico che evidentemente trovava ameno lo smascheramento violento dei travestiti (portato alle estreme conseguenze l'anno dopo in Una strana coppia di sbirri, film americano in cui un killer in gonnella viene giocosamente crivellato da una quantità assurda di colpi).

Nel secondo caso, nel corso dell'indagine sull'omicidio di una ragazzina, il Commissario Parrino inciampa in un prostituto diciannovenne morfinomane che lo porta nel suo appartamento, una comune di marchettari; il commissario snida così un giro di droga, pornografia e meretricio in cui sono implicati tutti i rampolli delle famiglie più in vista della città. Il solitamente misurato Parrino estorce informazioni allo sciagurato ragazzo anteponendo questo sgradevole preambolo: «Senti ragazzino, se tu ti guadagni la vita col sudore delle chiappe a me non me ne frega niente, ma...». Più tardi sopraggiungono i subordinati del commissario, che lo supportano nel gioco del poliziotto buono e del poliziotto cattivo; mentre Parrino è possibilista con il ragazzo, un altro considera aspramente «Davanti alla corte d'assise un uomo che va a letto con gli uomini è automaticamente un maniaco sessuale».

I momenti di gusto hard-boiled sono comunque relativamente pochi: Un uomo, una città alterna momenti vagamente umoristici a frammenti di dramma puro e schietti proclami di denuncia sociale. Questa disomogeneità però non guasta l'efficacia del film, mediamente grezzo ma più significativo di molti monolitici esemplari del genere poliziottesco.


*A proposito di Dirty Harry, non è inopportuno rievocare l'indimenticabile incontro (impreziosito dal doppiaggio) tra l'ispettore, intento ad inseguire il maniaco Scorpio nel primo episodio della saga, e un giovanotto omosessuale. Quest'ultimo sussurra: «I miei amici mi chiamano Alice, ma sono un falso magro». Callaghan, per fargli intuire l'inopportunità della sua intromissione, sibila: «Senti, Alice, ti hanno mai gonfiato come una zampogna?».

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