La moglie in bianco... l'amante al pepe

9 ottobre 2015

Tutta colpa di Londra! Se fosse rimasto nella natia Trani, Gianluca, figlio del Barone Patané, non avrebbe tradito la nomea della sua onorata famiglia, i cui membri maschili sono sempre stati donnaioli voraci e rinomati (non per niente sul loro stemma nobiliare compaiono ben tre bisanti, cioè tre palle). Ma un prolungato soggiorno nella Perfida Albione ha modificato il DNA virilmente mediterraneo del ragazzo e gli ha inculcato un'insana passione per le giacche rosa e per i culturisti...

Questo è l'assunto di partenza (riciclato da Virilità di Paolo Cavara) dell'indecente La moglie in bianco... l'amante al pepe, un film per il quale il tradizionale aggettivo “sguaiato” è troppo debole; “assordante” è molto più indicato: Lino Banfi – che interpreta il Barone Patané e il suo disgustoso padre guardone – urla e vagisce, raglia e nitrisce più del dovuto, mentre una combriccola di caratteristi molto peggio assortita del solito fa di tutto per straziare ulteriormente i timpani dello spettatore.

Michele Massimo Tarantini, anche sceneggiatore con Luciano Martino, riscrive Il Bell'Antonio trasformandolo in una commedia degli equivoci, fondata su un'unica fonte di suspense: il succitato Gianluca è davvero “ricchione”, come tutto il paese afferma, oppure ha semplicemente poco sangue nelle vene? Il Barone Patané, per salvare l'onore della famiglia, lo induce a sposarsi con la sua assistente (assunta nel suo studio dentistico esclusivamente allo scopo di accoppiarla al figlio); costei è impersonata da Pamela Prati, che da un punto di vista attoriale è una delle Banfi Girls più inesistenti, anche se il suo corpo compattissimo fornisce l'unica performance “solida” del film.

Riusciranno dunque le sue grazie d'acciaio a mobilitare l'imbambolato Gianluca (l'inanimato Javier Viñas), che trova sempre una buona scusa per rimandare gli amplessi? Ebbene sì, ci riusciranno, in ossequio a due regole quasi mai trasgredite nella storia del cinema popolare italiano: 1) un ragazzino sano e belloccio non può essere omosessuale al 100% (vedi Scusi, lei è normale? dove ad essere convertito era Ray Lovelock) e 2) nemmeno la più sofisticata delle terapie riparative può eguagliare i risultati ottenuti dalle polpe della bellona di turno.

Ma un contro-finale ammiccante rimette in discussione la pace raggiunta dal Banfi più machista di sempre: mentre questi pronuncia un discorso fallocratico dinnanzi ai tranesi riuniti per il battesimo di suo nipote, di soppiatto Gianluca getta un fiore a un palestrato compiacente, inviandogli pure un bacino che annulla ogni dubbio residuo. Banfi lo scorge e assume una delle sue classiche espressioni di sconfitta, ma in fondo cosa gli cambia? L'importante – sembra suggerire il film – è che il paese sia convinto della “normalità” del ragazzo, ma poi, purché sia abbastanza discreto, potrà continuare a fare ciò che più gli aggrada con chi gli pare.

In questo tripudio di progressismo, non manca qualche scenetta divertente, come quella in cui il nonno di Gianluca viene colto da un infarto mentre rinviene le riviste omoerotiche del nipote, e collassa nel vano tentativo di articolare la parola fatale “ricchione”, il termine più ricorrente in tutto il film. Purtroppo il classico finale circense, con tutti i clown che appaiono in simultanea sulla scena, viene gestito malamente da Tarantini (la cui massima preoccupazione è indugiare con casualità su natiche in transito), e il ritmo – che può salvare anche la pochade più grezza – va a farsi benedire.

Ad aggiungersi alle delusioni c'è anche la title-track scalcagnata («La moglie è meglio in bianco / l'amante è meglio al pepe / ed il marito cotto, aglio, olio e cime di repe») che fa sembrare il tango de Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia una vetta di poesia.

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