Sette monache a Kansas City

15 gennaio 2016

Al bivio tra Kansas City e Trombstone (sic) ci dev'essere un pozzo contaminato o un corso d'acqua totalmente priva di iodio, altrimenti non si spiega la sconcertante epidemia di cretinismo che affligge gli individui che imperversano in quell'area.

Sette monache a Kansas City, diretto da Marcello Zeani, è una parodia delle parodie più dementi dello spaghetti western: se sul Pianeta Terra il quoziente intellettivo medio fosse quello dei suoi personaggi – tutti implicati in una tradizionalissima caccia al tesoro – i Franco e Ciccio de I due rrringos nel Texas meriterebbero la presidenza onoraria dell'associazione Mensa. Tra l'altro ne I due rrringos del Texas i due comici siciliani potevano vantare la cooperazione di un cavallo parlante, mentre in Sette monache a Kansas City è presente una coppia di muli sempre pronta a criticare ad alta voce l'operato dei suoi proprietari (un paio di vecchi cercatori d'oro alcolisti chiamati Whisky e Gin): un'ulteriore degenerazione, dunque.

L'aspetto curioso – sulla carta – di questo film è il fatto che i protagonisti siano due checche stratosferiche (Ugo Fangareggi e Tony Di Leo), i quali cavalcano tenendo le redini solo con la mano sinistra, dal momento che la destra deve oscillare mollemente o agitarsi annaspando istericamente nei momenti di concitazione.

In verità, i due non sono realmente i protagonisti (anche se non c'è nessun personaggio che possa essere definito tale): non gli viene dato niente da fare oltre che lanciare sguardi lascivi e ben poco discreti a tutti i pistoleri che gli passano accanto. Dai loro discorsi apprendiamo che sono due ometti di città (esigenti come “tutti” gli omosessuali) giunti nel Selvaggio West per fare turismo sessuale, ingannati da una pubblicità menzognera che prometteva incontri infuocati con uomini rudi.

A causa di un equivoco madornale, vengono scambiati per i possessori del frammento di una mappa che dovrebbe rivelare la collocazione di un filone aurifero. Cominciano dunque gli inseguimenti: tutti i tagliagole del circondario gli danno la caccia e periodicamente li catturano, in modo tale che gli sceneggiatori (Lidia Puglia e Marcello Cascapera) possano cavar fuori qualche pepita da quell'inesauribile (?) filone di battutacce che è il “gusto sodomitico”. Tra le tante variazioni sul tema, si può menzionare la freddura del capobanda barbuto (Ignazio Spalla), il quale bercia: «Se non sputate il rospo vi farò impalare, anche se voi la considerate una promessa, più che una minaccia».

Questa affermazione evidentemente dà l'ispirazione ai suoi uomini che, afflitti dalla lunga mancanza di compagnia femminile, decidono di stuprare i due prigionieri, dopo aver amaramente constatato che «nelle notti di tempesta, ogni buco è un porto» (perla di saggezza popolare che si ritroverà in un altro film imbevuto di sodomania, Dove vai se il vizietto non ce l'hai?).

Inspiegabilmente i due invertiti fuggono (mentre precedenti scambi di battute facevano pensare che sarebbero rimasti di buon grado: «A voi piace prendere la gente per il sedere, eh?» «Nooo... semmai al contrario»). Nelle loro peregrinazioni trovano delle inestimabili alleate nelle sette monache “frociarole” del titolo, che massacrano a colpi di ortaggi i desperados che sono venuti a recuperare i maldestri omosessuali nel loro convento.

Quando il film termina – non prima che le sue due o tre gag siano state ripetute fino allo stremo – ritroviamo le due checche che si sono mimetizzate, naturalmente con perfetto successo, tra le scoordinate ballerine di un saloon, come due novelle Daphne e Josephine; insomma, nel giro di quattordici anni si è passati da A qualcuno piace caldo a A qualcuno piace scult.


P.S.: il film non meriterebbe neanche di assurgere allo status di scult (fosse più scalcagnato, potrebbe risultare più divertente), se non fosse per quel fugace momento in cui il notorio caratterista Salvatore Baccaro, giovane ma già ben (de)formato, appare travestito da monaca. Come sapeva tutta Cinecittà, tutto quello che Baccaro toccava – grazie al suo volto acromegalico – diventava oro.

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