Splendori e miserie di Madame Royale

26 gennaio 2016

Di checche delatrici, nel cinema italiano, se ne contano parecchie, ma quasi solo in ruoli marginali. In una graduatoria di pericolosità – in stile videogioco – dei nemici che il commissario di ferro di un qualunque poliziottesco può incontrare, queste figure si collocano al primo livello: basta scrollarle per il bavero che subito sono pronte a snocciolare, una per una, tutte le marachelle dei delinquenti attorno ai quali inevitabilmente gravitano. Queste checche delatrici sono deboli e linguacciute, tanto più deboli quanto più linguacciute: parlano perché non sanno opporsi a chi le obbliga a farlo e, ogni volta che danno fiato alla bocca, la loro posizione si fa più pericolante.

Splendori e miserie di Madame Royale è giocato interamente su un circolo vizioso di questo tipo, cosa mai vista prima nel cinema italiano: il corniciaio Alessio (Ugo Tognazzi) diventa l'informatore di un subdolo commissario (Maurice Ronet) per togliere dai guai l'ingrata figlia (Jenny Tamburi) del suo compagno defunto, un trombettista poco di buono ucciso dai suoi creditori. Questo dettaglio non è irrilevante: le frequentazioni degli omosessuali – suggerisce malinconicamente il film – non sono delle più affidabili; ma non potrebbe essere altrimenti in una Roma (e in un mondo) che li costringe a strisciare fuori dalle loro tane nottetempo, abbandonando i loro abiti borghesi (o le loro divise da tranviere, come nel caso di Bambola di Pechino, il personaggio del regista Caprioli) per insinuarsi nel Colosseo come topi col favore del buio.

Il battuage notturno tra i cunicoli dell'Anfiteatro Flavio, così come descritto dal film, è inquietante: là dove c'erano leoni e vittime, ora ci sono altri tipi di predatori e di prede, altri tipi di cacce e di assalti, in un clima di incertezza enunciato chiaramente dalla canzone deicredits: «Per quelle come me / la notte ha mille “se”». Per fortuna l'occhio sapido di Vittorio Caprioli sa dare un volto pittoresco a questo contesto potenzialmente terrificante, riempiendolo di facce assurde, in stile Satyricon: se Fellini avesse diretto il film americano Inchiesta pericolosa (una pellicola del '68, giocata sull'equazione «gay = vittima») forse avrebbe dato quegli stessi lineamenti bislacchi agli omosessuali, comprensibilmente stravolti e tesi come corde di violino, radunati nella tenebra del porto di New York, in assenza di luoghi e di momenti più adatti per conoscersi.

Il predatore in cui il nostro protagonista Alessio incappa è il succitato commissario che, ovunque vada, si porta dietro un soundscape di pianto e stridore di denti.

Alessio potrebbe forse liberarsi del commissario (così come potrebbe mandare al diavolo quell'approfittatrice della sua figlia non biologica), che vuole costringerlo a fare da delatore, ma non lo fa: è talmente abituato a mettersi in situazioni che evidenzino la sua debolezza, che ha finito per sviluppare una dipendenza dalla sopraffazione, incarnata un tempo dal suo defunto compagno, poi dalla figlia e poi dal commissario. Tutti vogliono qualcosa da lui senza dargli niente in cambio; il suo unico moto di ribellione si verifica quando le “amiche” della figlia (altre giovani semi-prostitute semi-tossiche) depredano il suo guardaroba pieno di opulenti abiti femminili e scintillanti parrucche settecentesche, vale a dire l'unica luce nella sua vita monotona nell'incertezza costante.

La dimensione dei ninnoli, dei pizzi e delle trine, delle parrucche a grattacielo (il tutto è disegnato dall'ineguagliabile Pier Luigi Pizzi) è la principale fonte di calore del film: la tradizionale riunione indetta da Sua Altezza Madame Royale, vale a dire Alessio en travesti, è – a dispetto del tentativo di Sa Majesté di imporre un protocollo di corte che si confaccia al Suo rango – il momento più allegro e libero del film; ed è anche quello che si ricorda più piacevolmente, vista anche la presenza di Caprioli che sguazza con autentica goduria nei panni esotici e nel trucco cereo della maliziosa Bambola di Pechino, incontenibile animatrice delle assemblee di Madame Royale, con la quale intrattiene un'amicizia disegnata in modo simpatico e attendibile dalla sceneggiatura di Enrico Medioli e Bernardino Zapponi.

Tra la dimensione oscura del film e quella sgargiante delle serate in maschera, tra le miserie e gli splendori di Madame Royale, è molto più facile preferire gli splendori, che purtroppo sono destinati a rimanere un'isoletta felice spersa nella cupezza dominante; la parte centrale infatti è un vero e proprio noir (fumoso e dispersivo come vuole la tradizione del genere), pittoresco ma sgradevole, mentre il finale è allineato con l'andazzo americano – durato per tutti gli anni Sessanta – di far fare fini orribili agli omosessuali (nei film seri, almeno). Come un topo con la coda legata alla trappola, Alessio finisce per pagare per le “soffiate” che ha fatto all'implacabile e impietoso commissario.

Lo sceneggiatore Medioli – nell'intervista inclusa tra i contenuti extra del dvd del film – afferma che il pubblico italiano del 1970 non sarebbe stato pronto a vedere un happy ending associato a una figura che, per definizione, è condannata; condannata dalla sua debolezza, dai suoi gusti che la rendono ricattabile: il commissario a un certo punto allude a vari peccatucci di Alessio, ricordando un caso di corruzione di minore; Alessio amerà pur prevalentemente i suoi coetanei, ma non può sottrarsi alla tentazione di parecchi suoi “simili” – ribadita da molti film da I complessi a La bambolona – di farsela con i ragazzini (tutt'altro che innocenti, peraltro).

Qualche anno dopo l'uscita del film, lo stesso Ugo Tognazzi ha affermato che la condanna a morte di Madame Royale aveva indotto il pubblico a perdere l'empatia per il personaggio, il quale restava così un reietto appena un po' più umano della media (in quanto madre coraggio fallita) che faceva l'inevitabile fine di tutti i suoi pari poco astuti e discreti.

Ma quale avrebbe potuto essere l'happy ending di Madame Royale? Il subdolo commissario abbandona il suo abituale distacco, capisce che sotto la sua epidermica simpatia per Alessio si cela qualcosa di più profondo e corre a salvarlo dai suoi carnefici?

Certo è che vedere i due che celebrano una luna di miele, magari a Venezia, sulla gondola del ragazzone di Mestre adescato da Bambola di Pechino, avrebbe avuto un impatto molto maggiore sul pubblico... ma il film va giudicato per quello che è, non per quello che avrebbe potuto essere.

Così com'è, Splendori e miserie di Madame Royale ha comunque la sua unicità e una considerevole quantità di pregi tecnici e interpretativi, a cui si somma la particolarità di un personaggio che solo Caprioli e Tognazzi potevano rendere tanto vivo. Non poco, insomma, per un film appartenente a un cinema in cui i gay non potevano essere felici.

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