Due ragazzi da marciapiede (No desearás al vecino del quinto)

31 gennaio 2016

- Era un tipo fino...

- Non l'era fino, l'era finocchio!


All'inizio degli anni Settanta in Italia avevamo Buzzanca, il Lando nazionale, l'Homo Eroticus che incarnava cinematograficamente i bollori erotici della nostra penisola. Quasi in contemporanea, nella Spagna del morituro Francisco Franco, le stesse voglie, gli stessi pruriti, le stesse bave trovavano il loro ambasciatore cinematografico in Alfredo Landa, un Landa nazionale che, nonostante la desinenza femminile rispetto al nostro Lando, agiva dominato da impulsi parimente mascolini.

Solo uno spettatore che non sia mai entrato in contatto con questo monumento al “machismo iberico” può credere che Landa sia quello che dice di essere quando appare in scena agghindato da checcona creativa, con barboncino vaporoso d'ordinanza, nel film No desearás al vecino del quinto.

Questa coproduzione italo-spagnola è stata distribuita da noi – con molto meno successo di quello conseguito in Spagna – come Due ragazzi da marciapiede, un titolo che fa pensare a tutto tranne che a quello che si vede nella pellicola. Tanto quant'è arbitraria la scelta di rinominare così il film, lo è pure la decisione di far parlare i due fidanzati protagonisti (Jean Sorel e Ira von Fürstenberg) uno con inflessione romanesca e l'altra in milanese, mentre in originale loro e le loro famiglie sono nativi spagnoli, non romani e milanesi trapiantati in Spagna. Questa italianizzazione dei personaggi serve a dare l'idea che fondamentalmente le mentalità italo-spagnole siano intercambiabili; la cosa – vista con gli occhi di oggi – non è esattamente onorevole, dato il tenore tutt'altro che progressista del film. Che infatti è conservatore nella maniera più risibile e contraddittoria in cui si può esserlo.

Il personaggio di Landa – come anticipato – viene caratterizzato sulle prime come il più fumettistico degli omosessuali, con tanto di accento russo (perché i gay – in molti film di bassa lega e non, specialmente degli anni Sessanta – non sono mai autoctoni) e con il nomen-omen più ovvio che si possa immaginare: Sergej, o Serghei, che dir si voglia. Costui è un sarto per signora, tratta con molta confidenza le clienti (che chiama «mie schifose»), non si separa mai dal suo barboncino cotonato e ci prova spudoratamente con Piero Zoccoletti, il ginecologo ingenuo impersonato da Jean Sorel. Proprio perché ingenuo, Piero non tratta Sergej come un paria, il che mette in ambasce la sua appiccicosa madre, ricolma di saggezza popolare e proprio per questo intimorita dal flautato sarto.

Ma, appena Piero giunge a Madrid da Toledo per un convegno di ginecologia, si accorge dell'inganno: Sergej è in realtà uno spagnolissimo sciupafemmine di nome Antonio, che a Toledo si finge gay perché un sarto eterosessuale non potrebbe esercitare senza scontrarsi con la diffidenza dei mariti delle clienti. Piero, a causa del suo bel faccino, sta andando in rovina appunto perché un ginecologo troppo avvenente viene percepito come una minaccia da parte dei consorti delle pazienti.

Per una serie di equivoci dovuti alla vicinanza con “Sergej” che l'ha convertito sì, ma al dongiovannismo, Piero viene preso lui stesso per omosessuale dai toledani ignari della sua doppia vita a Madrid; questo è una manna per i suoi affari (visto che un ginecologo gay è inoffensivo per definizione), ma non per i rapporti con la fidanzata e con la madre. La prima si interroga drammaticamente: «Forse il Pierino è diventato così perché sono io che son sbagliata», perché è notorio che gli omosessuali lo diventano data la temporanea indisponibilità di donne focose. La madre invece, ogni volta che vede Piero uscire, comincia a pregare: «Sant'Antonio mio, fa che vada a puttane».

Altre dozzine di equivoci fanno sì che la verità venga a galla: la fidanzata di Piero incontra per caso la moglie di Antonio/Sergej (che ha ben quattro figli); le due donne scoprono gli intrallazzi dei rispettivi amati e, mentre la moglie di Antonio è risoluta a ucciderlo, la fidanzata di Piero valuta che «un fidanzato così almeno è un uomo».

L'intrigo, a questo punto, è ben lungi dal finire, ma di gay veri, in tutto questo, non se ne intravede neanche l'ombra, per non turbare il fragile equilibrio delle famiglie tradizionali con annesse garçonnieres. Come in tanti film che, denunciando l'ipocrisia della società, al contempo ci sguazzano con compiacimento, i personaggi più divertenti sono proprio quelli più disdicevoli, come la madre di Piero (Isabel Garcés), alla quale è affidata una battuta abbastanza audace a proposito del figlio presunto omosessuale: «...e pensare che quando faceva il chierichetto il parroco lo voleva sempre in parrocchia». Tirando le somme, Due ragazzi da marciapiede, è un film grezzo ma abbastanza agile, soprattutto considerando il peso che lo grava dall'inizio alla fine: la sua volgarità.

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