Le calde notti di Caligola

9 aprile 2016

Che dire di un film che sposta Diogene il Cinico, botte compresa, da Corinto a Roma – e per giunta dal IV secolo avanti Cristo al I secolo dopo Cristo – semplicemente allo scopo di far rivolgere all'austero filosofo, da un burinello di passaggio, l'audace battuta «A' Diog(g)ene, è vero che cerchi n'omo? Allora vor di' che sei frocio!»?

Si può dire, tanto per cominciare, che con tutta probabilità la correttezza storiografica non è l'urgenza primaria di tale film. La priorità de Le caldi notte di Caligola (diretto dal navigato Roberto Bianchi Montero) è infatti accumulare seni a grappoli e natiche a mucchi fino a saturarne buona parte delle inquadrature – altrimenti drammaticamente spoglie – fino a rendere la presenza di nudità quasi irrilevante.

E se lo sguardo non trova un punto d'appoggio sulle morbidezze esposte, difficilmente lo troverà in qualsiasi altro aspetto del film, mogio nelle interpretazioni (Enzo Monteduro e Gastone Pescucci non possono fare tutto da soli), raccogliticcio nelle scenografie, derisorio nel commento musicale, irrazionale nel montaggio e svaccato nelle trovate (le migliori puzzano di ruberia: la cronaca in diretta – fatta da Silvio Noto – dell'amplesso di Caligola ha un precedente nella narrazione in chiave pugilistica delle performance amorose di Woody Allen ne Il dittatore dello stato libero di Bananas, fatto dal telecronista sportivo Howard Cosell).

Ma del resto quali vertici di virtuosismo ci si possono aspettare da un film totalmente giocato sulla fonte di ilarità più vecchia del mondo?

Il motore immobile della vicenda è infatti l'impotenza di Caligola, interpretato da un villoso attore senza un grande pedigree che risponde al nome di Carlo Colombo e che al massimo può vantare una somiglianza con Dom De Luise, il Nerone obeso nel più tardo La pazza storia del mondo di Mel Brooks, creando una certa aria di famiglia (imperiale) tra Cesari cinematografici.

Il Caligola de Le calde notti è costretto – prima che la sua disfunzione diventi un affare di rilevanza statale in occasione di un rito pubblico sul Monte Fallo – a ricoverarsi in una clinica dove si studiano le tecniche per risollevare l'organo tanto caro a Priapo. Ma tutte le terapie consigliategli – che vanno dal sadomasochismo alla zoofilia, passando per il voyeurismo – cadono nel vuoto.

L'impresa impossibile di far raggiungere al film la durata di ottanta minuti scarsi è raggiunta abbozzando tre sotto-trame che vanno dall'inutile al pleonastico e che infatti vengono buttate via appena lo scopo di prendere tempo è stato raggiunto. La cosa “notevole” è che due di queste sotto-trame si esauriscono con la conversione dei rispettivi protagonisti: nel primo caso, la moglie di Caligola, Ennia, si introduce di soppiatto nella clinica dove l'augusto marito si è fatto ricoverare, ma finisce per perdersi tra le formose vergini del gymnasium. Una di queste, Lesbia, convince Ennia, grazie alla sua logica impeccabile, che il principio dell'autoerotismo non viene tradito, se la mano che lo pratica non è la propria, bensì quella di qualcun altro o – meglio – di qualcun'altra.

Nel secondo caso, il congiurato Tiberio (Gastone Pescucci, che a tratti si direbbe lo zio di Alvaro Vitali) abbandona i propri propositi omicidi nei confronti di Caligola allorché, nel giro di una notte, viene educato all'amor greco da un incipriato maestro delle cerimonie che lo ha preso in simpatia: «Vedi Livia, – dice alla moglie – in queste ore ho avuto modo e tempo di riflettere. Forse il potere non è tutto, nella vita. Forse esistono delle altre cose che il nostro intelletto non capisce, finché qualcosa, qualcuno... non ce lo apre». Si allontanerà smorfiosamente dalla clinica con quel “qualcuno”, mentre Diogene il Sarcastico commenta: «Sto fresco io, a cercar l'omo»; Ennia invece – poiché il lesbismo cinematografico è tendenzialmente reversibile – si congiungerà trionfalmente al Caligola appena rimesso in sesto dalla polposa moglie di Tiberio.

Quale può essere il bilancio di un film siffatto? All'attivo ha l'anticipazione di qualche gag trash degli Scary Movies dei Fratelli Wayans (Diogene tiene chiusa nella sua botte una ragazzotta che lo stimola oralmente). Al passivo ha, ovviamente, Tiberio il Converso.

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