Ragazzi kamikaze

14 aprile 2016

A tutta prima, considerando che la Synchro-High School pubblica romanzi su adolescenti gay, un lettore di animo semplice potrebbe spaventarsi d'un titolo come I ragazzi kamikaze, immaginando per esempio imprese di folli aviatori suicidi con bellissime sciarpe di sciamito rosa svolazzanti e scheggiali di cuoio borchiato, che sui loro velivoli carichi di tritolo si scagliano sopra palazzi dove si tengono convegni sulla "famiglia naturale" organizzati, ovviamente, da piissimi pluridivorziati, da frequentatori assidui di donnine allegre, di viados e anche di jolys garçons multietnici (ma questi ultimi particolarmente di nascosto, e in ore notturne); ogni tanto, magari, vi si aggiunge qualche insidiatore di chierichetti. Nulla di così tragico, nel libro di Jay Bell, che come il precedente (e, immagino, i successivi, perché Bell ha scritto una tetralogia: ma solo tematica, perché luoghi e personaggi variano da un'opera all'altra) si ambienta in una scuola, stavolta in Kansas, e i kamikaze sono tali perché sfidano con coraggio l'omofobia degli altri loro coetanei. Niente di nuovo, ma in Come se fosse estate sia l'ostilità sia l'innamoramento erano tratteggiati e narrati con maggiore scioltezza, pur fra certe lungaggini, giustificabili peraltro col fatto di rivolgersi tendenzialmente a lettori molto giovani e assai poco smaliziati dal punto di vista letterario. Qui prevale sfortunatamente la prolissità nei dialoghi, che rammenta dappresso lo stile delle soap operas, benché gli argomenti siano del tutto diversi; e anche le situazioni di conflitto sono raffigurate in modo piuttosto piatto e meccanico. Un appunto che mi sentirei di rivolgere a Bell è, tanto per cominciare, che nelle sue scuole superiori, benché assai affollate, pare sempre che esistano un paio di gay, e non di più: i due che s'innamorano e diventano i protagonisti del romanzo; un altro è nel suo modo alquanto sbrigativo di rappresentare gli adulti; curioso poi che la trama si movimenti e includa qualche colpo di scena soltanto nell'ultima parte, mentre fino alla metà si sviluppa con ritmi da bradipo. In realtà, temo che il romanzo soffra d'un difetto di cura editoriale: si tratta d'una manchevolezza già riscontrabile nell'opera precedente, ma in questo caso più evidente: lo squilibrio fra sezioni lentissime e sezioni più ricche di eventi non trova vere giustificazioni stilistiche o strutturali, tant’è che l’attenzione del lettore, ondivaga sulle prime, solo intorno ai due terzi del romanzo diventa più viva. Inoltre avverto nella scrittura un sentore di sforzato: Come se fosse estate viceversa era molto più fresco e genuino. Un pregio particolare di Bell è invece la sua naturalezza nel tratteggiare l’erotismo e le scene di sesso fra i suoi giovanissimi personaggi: qui sì che la mano è leggera, spontanea e piacevole; come già ebbi a notare commentando il precedente romanzo, si tratta d’un abilità non comune: onore al merito. Altro aspetto positivo di questo come dell’altro libro è la scelta di temi non ovvî: per esempio, l’ostilità verso gli eroi della storia non viene da figure che spesso incarnano l’omofobia nella tradizione letteraria (genitori, insegnanti, poliziotti, carcerati), le quali anzi qui appaiono indifferenti o amichevoli anche quando le loro condizioni culturali farebbero paventare il contrario; sono invece psicologi e psichiatri i nemici della pace omosessuale: oltretutto, l’inserimento di queste figure antagonistiche dà occasione all’autore d’introdurre una critica a quell’eccesso di patologizzazione del mal de vivreadolescenziale, su cui mi pare che da qualche tempo si vadano sollevando numerose voci critiche negli Stati Uniti. L’altro cattivo, che compare sin dall’inizio, è invece un personaggio canonico: il compagno di scuola muscoloso, bovino, cretino e manesco, redimito però da una coorte di satelliti adoranti maschi e femmine; il lettore soddisfatto dell’empatia dimostrata dall’autore verso un po’ tutte le sue creature, qui rischia tuttavia di restare deluso: il ragazzo cattivo non si redime affatto, e rimane un poco di buono e un codardo violento sino alla fine. Bell sembra voler dire che la sua empatia non costituisce una forma d’irenismo: esiste davvero nella vita chi, come il dottor Wolf, rimarrà sempre un sinistro e deleterio manipolatore, e chi, come questo Chuck Bryl, sarà sempre un lestofante. Insomma, egli si rivolge a giovanissimi lettori che vorrebbe innamorati della vita, curiosi, scevri da preconcetti, ma non babbei e creduloni. Tenuto conto che per il tipo di pubblico cui si rivolge il libro le ragioni del messaggio tendono a metter in ombra quelle del bello scrivere, alla fine dei conti non mi sento perciò di dare dell’opera un giudizio meno indulgente quale forse altrimenti meriterebbe.
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