Culo e camicia - Un uomo, un uomo e... evviva, una donna!

16 aprile 2016

Nessun attore italiano ha subito più tentativi di “conversione” di Renato Pozzetto. Massimo Boldi gli ha praticato degli untuosi ganascini in Due cuori, una cappella; Harry Reems gli ha appioppato un bacio a ventosa in Luna di miele in tre; un piede nudo di Julien Guiomar lo ha sondato là dove non batte il sole in Sono fotogenico; Elio Veller ha tentato di portarselo a casa ne Il ragazzo di campagna; Maurizio Micheli lo ha quasi stuprato in Mani di fata nel corso di una doccia particolarmente bollente, mentre George Hilton l'ha effettivamente profanato in Ricchi, ricchissimi... praticamente in mutande. E infine, il caso più celebre: Massimo Ranieri è quasi riuscito a cucinarselo a dovere con le sue abilità culinarie ne La patata bollente, ma anche qui Pozzetto si è salvato, benché in extremis.

In Un uomo, un uomo e... evviva, una donna! – cioè il secondo episodio di Culo e camicia (il primo è Il televeggente, un Christmas Tale ambientato in un mese a caso, animato da un Enrico Montesano possessivo come al solito) – Pozzetto viene nuovamente messo alla prova, ma stavolta l'omosessuale è lui, per giunta felicemente appaiato col ruggente Leopoldo Mastelloni. La missionaria/predatrice inviata a ricalibrare il suo orientamento è invece una scombinata fotografa interpretata da Maria Rosaria Omaggio. Costei – nell'ottica dello spettatore medio a cui gli sceneggiatori (Jemma, Ubezio e lo stesso Pozzetto) fanno riferimento – ha un paio di... argomenti con i quali i vari Boldi, Reems, Guiomar, Veller, Micheli, Hilton e il pur piacente Ranieri non possono rivaleggiare. In questo caso quindi Pozzetto non può che arrendersi, rinunciando all'espansivo Mastelloni per adagiarsi nel solco di una lunga tradizione di “guarigioni” operate da seni ben formati nel cinema popolare italiano. Come potrebbe essere altrimenti?

È proprio il fatto che non potrebbe essere altrimenti – assieme al titolo mentecatto dell'episodio – a distruggere la possibilità di creare una suspense anche irrisoria; l'“enigma” residuo su cui la trama viene giocata è: quante scuse potrà inventare Pozzetto per evitare di entrare in contatto con le armi segrete della Omaggio? Troppe, in qualsiasi caso.

Data la povertà di questi presupposti, il regista Pasquale Festa Campanile si ingegna (poco) per riempire i sessanta minuti dell'episodio, tirando per le lunghe qualche gag poco esaltante nella forma e nel contenuto, come quella de Il tango delle capinere danzato da Mastelloni in versione sciantosa e dall'impomatato Pozzetto. Quest'ultimo – nei momenti di maggior virtuosismo coreutico – è sostituito in modo plateale da un ballerino più sottile e dinamico... ma del resto questo non è l'unico dei problemi nella continuità sollevati dall'utilizzo di Pozzetto, che pare ricordarsi di dover “fare il gay” in modo percettibile solo una volta ogni tanto, come quando si tratta di esclamare il suo classico “Ellamadonna!” in modo insolitamente flautato.

Comunque val la pena di notare, per le anime pazienti che vogliono per forza trovare qualcosa di interessante anche nei terreni più ingrati, che la sceneggiatura attribuisce a Pozzetto – non si sa quanto volontariamente e comunque molto grossolanamente – alcune bizzarre contraddizioni: innanzitutto il suo personaggio è un gay dichiarato che si auto-definisce “culattone”, un appellativo che fa dubitare che abbia pienamente accettato la sua identità... eppure non ha ritrosie nel far interagire i suoi genitori sciovinisti con la “nuora” Mastelloni. Del resto i genitori di Pozzetto si accontentano che sia lui ad essere l'uomo di casa, mentre i motivi di attrito derivano esclusivamente dal suo ruolo di casalingo che cucina per la “moglie”, e che quindi non rispetta in tutto e per tutto il ruolo di genere.

Molto più significativo è il monologo che un amletico Pozzetto fa davanti allo specchio dopo aver giaciuto con la Omaggio per la prima volta: «Sei contento adesso? Hai fatto l'amore con una donna, e così finalmente puoi dire di essere un uomo. Un uomo che vive con un altro uomo, un culattone! Un culattone che fa l'amore con le donne... bravo. Vergogna!». Se si riesce a guardare più in là, oltre alla vaccata di superficie, ci si accorge che Pozzetto sta irridendo uno dei cliché più fastidiosi del cinema italiano, non solo popolare.

In Una giornata particolare, Gabriele, l'omosessuale interpretato da Mastroianni, dimostra che un gay non ha nessun impedimento fisico che lo ostacoli nel copulare con una donna... e lo fa andando a letto con Sophia Loren! Ciò manda un messaggio molto ambiguo: un omosessuale deve passare un test d'ingresso di mascolinità prima di andare dove il gusto lo porta? Se non si sottopone a questo cimento, non è – non dico “un uomo” – ma una persona completa? Oppure: un omosessuale ha le credenziali per essere protagonista di una storia solo quando dimostra di essere capace di possedere una donna (che è come dire che il pubblico si può immedesimare in lui solo a questa condizione)?

Il personaggio di Pozzetto – nella sua ebetudine – pare avvertire l'ipocrisia di questo ragionamento, quindi la sua autocritica coglie nel segno, benché alla fine decida di tagliare la testa al toro semplicemente smettendo di essere “culattone”. Dal canto suo Mastelloni (fatta eccezione per un tentato suicidio a base di confetti lassativi) pare preparato all'idea di essere abbandonato per colpa di una donna e di essere degradato al rango di “zia” dai figli dell'amante perduto; quindi tutto finisce in gloria, con una meravigliosa congiuntura astrale tra identità di genere e sesso biologico delle parti in causa. Ancora una volta, la domanda d'obbligo è: come potrebbe essere altrimenti?


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