L'amore in un clima freddo

14 marzo 2017

“… I suoi ricami sono meravigliosi, e quella dozzina di toiles nel campo di squash sono degne del Doganiere, paesaggi con gorilla. Originali e audaci.” “Ma che gorilla! Quelli sono Lord e Lady Montdore, e chiunque altro fosse disposto a posare per lui”.
A volte mi spiace che per un libro non si possano assegnare sei stelle su cinque: un voto ditirambico, un voto funambolico; ma non si può: la matematica è nemica del ditirambo, e ha funambolismi suoi, dei quali noi comuni mortali non conosciamo la chiave. Dommage. Qui tuttavia la sesta stella ci sarebbe stata d’incanto. Il libro della Mitford è perfetto; è la quintessenza della britishness, con una trama deliziosa al punto giusto, una malizia birichina e pungente al punto giusto, un lavoro stilistico di fioretto energico e sottile al punto giusto, un’aura amorosa e incantevole di snobismo da vecchio circolo londinese, da salotto di castello di campagna, da ballo di corte dove scintillano del pari le toilettes, le onorificenze sui frac e gli abiti lunghi, e pettegolezzi svagati che corrono di bocca in bocca. Qui c’è tutta la vecchia Inghilterra da amare: i signorotti burberi, le dame terribili e quelle soavissime, le fanciulle in fiore che sanno adornare d’un velo candidissimo le più audaci sconvenienze di parola e di pensiero; ed è un peccato non poterne scriverne oltre, perché dei personaggi e della trama si svelerebbe più di quanto convenga. Il libro è del 1949, e vi compare perfino, con leggiadra naturalezza, un gay cinguettante, insolente, seducente, snobbissimo, malato di estetismo e di egotismo: un ibrido, o piuttosto un concentrato d’un’intera tradizione patria, letteraria e in carne ed ossa. Nel 1949, in Inghilterra l’omosessualità era un reato; in Italia no, ma un gay del genere qui da noi non avrebbe osato inventarselo nessuno: il moderno lettore ne tragga le sue conclusioni preferite. Piuttosto, devo notare che qualche tempo fa rimasi deluso di un paio di romanzi che, secondo chi ne aveva scritto meraviglie, dovevano rappresentare il fiore dell’umorismo inglese. A mio modestissimo avviso, non lo rappresentavano. Poi ho capito. Per essere davvero umoristico, l’umorismo inglese deve riguardare baronetti stravaganti, contesse eccentriche, maggiordomi un po’ lugubri, professori di Oxford, colonnelli a riposo vestiti di tweed. I rovelli esistenziali dei droghieri meglio lasciarli ai narratori mitteleuropei, o al limite russi o tedeschi. E non si può fare del buon umorismo inglese su professori britannici a meno che non siano di Oxford, e su pensionati a meno che non siano colonnelli vestiti di tweed, coi baffi e la pipa.
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