Sessomatto

26 febbraio 2019

Episodi perlopiù senza una particolare ragion d'essere, non sempre vivaci ma perlomeno colorati. Lo zelante Giancarlo Giannini, Stakhanov delle macchiette regionali, e la suggestiva Laura Antonelli, decorosa come attrice oltre che decorativa come presenza, puntellano per quanto possibile i nove minuscoli soggetti degli episodi di questo Sessomatto. Pur sceneggiati con la competenza che ci si aspetta da Ruggero Maccari, con una varietà linguistica ancora piuttosto effervescente, le storielle narrate non mordono, non tagliano e non graffiano, oltre ad essere tutto fuorché inedite, nella maggior parte dei casi (i borgatari prolifici e maneschi e le vedove sicule inconsolabili non sono un pochettino inflazionati?).

A far pendere l'ago della bilancia verso la sufficienza è la componente visiva, grazie alla fotografia di Alfio Contini, alle scenografie di Lorenzo Baraldi e ai costumi di Enrico Job, oltre che alla capacità di Dino Risi di animare le inquadrature con volti e micro-avvenimenti pittoreschi (il che parrebbe poco per un regista del suo calibro, ma di questa abilità non resterà apparentemente traccia nel successivo Sesso e volentieri).

Gli episodi più forti – benché sicuramente non dal punto di vista dei cultori delle forme della Antonelli (che ci fate qui?) – sono anche i più camp, come Non è mai troppo tardi con Paola Borboni, ultra-settantenne in astinenza dalla prima guerra mondiale che torna a fiorire per merito di un avvocato gerontofilo (Giannini); ma il piatto forte in questo senso è naturalmente Un amore difficile, l'episodio più strutturato e ispirato, con un superlativo Alberto Lionello che interpreta Gilda, poderosa trans dedita alla prostituzione, che si congeda dagli affezionati clienti con understatement altamente professionale canticchiando Insieme, del suo role model Mina («Io non ti conosco / io non so chi sei»).

Con la sua cadenza meneghina, Gilda assurge immediatamente a ideale di bellezza e sofisticazione nordica agli occhi di Saturnino, ingenuo contadino pugliese con tanto di monociglio (sempre Giannini), il quale le dice gongolando che «io le ragazze come te le ho viste soltanto sulla pellicola».

Saturnino deve però presto venire a patti con le sorprese che la celestiale Gilda gli riserva: 1) come sappiamo, batte; 2) è sposata – ma separata – e ha un figlio; 3) anatomicamente è “masculo”, come Saturnino appura sbirciando le sue abluzioni dalla serratura. Quest'ultima scoperta è quella che lo mette maggiormente in crisi, inducendolo a battere in ritirata dopo che Gilda – sensibile al fascino dell'uomo rustico ma di sani principi – gli aveva prospettato una nottata “mano nella mano” nel suo nido d'amore. «Borghese! Conformista! Fascista!» gli urla Gilda dal pianerottolo, sentendosi gridare di rimando «Frœcio».

Gilda non ha tutti i torti, dal momento che subito dopo sentiamo Saturnino sentenziare: «La coppia dev'essere formata da un uomo e da una femmina. Se è formata da un uomo e da un maschio, non è una coppia, ma soltanto una schifezza». Ma, come spesso accade, le sue pulsioni e i suoi sentimenti sono in disaccordo coi suoi preconcetti. Giusto il tempo di uno stacco di montaggio, e Saturnino è già tornato a fare la posta a Gilda sul luogo (o meglio, il marciapiede) di lavoro, pronto a cominciare con lei una tranquilla vita piccolo-borghese, sotto lo sguardo testosteronico di un poster di Marlon Brando.

Poc'anzi si è definita Gilda una trans e non “un travestito”, come ci si aspetterebbe filologicamente in relazione alla mentalità degli autori cinematografici del periodo. La ragione risiede nella maggiore attenzione alle evoluzioni culturali dimostrata da Risi e Maccari: nella sequenza successiva, in mezzo al drappello delle prostitute trans, appare una checca minuta e stempiata – alta almeno una spanna meno di tutte le presenti – che tenta nervosamente di persuaderle ad aderire all'AIRDO (Associazione Italiana per il Riconoscimento dei Diritti degli Omofili, realmente fondata a Milano appena l'anno prima) perché «è l'associazione che difende tutti i nostri interessi!».

Le trans se lo mangiano vivo: «Difenderà gli interessi di voi froci e di voi finocchi!» «Noi non andiamo a masturbare gli spettatori nelle ultime file dei cinema!» «Noi, cara, non siamo né pederasti né omosessuali, noi siamo delle donne... siamo delle SIGNORE! [detto col timbro di Umberto Bossi ai tempi d'oro]». Al netto della scherzosità del contesto, una rivendicazione identitaria del genere non ha (salvo errori) precedenti nella storia della commedia all'italiana: «Noi, anzi, potremmo far parte del Fronte di liberazione della donna» conclude Gilda.

Il passato però torna, con le curve fattezze della sciatta moglie pugliese di Gilda, a perseguitare l'eroina tragica di questa vicenda, dando vita a un'inquietante agnizione romanzesca: Saturnino identifica la donna sciatta come Antonietta, la moglie di suo fratello, Cosimo. Dopo un attimo di riflessione, Saturnino domanda: «Gilda, ma non è che tu per caso ti chiami Cosimo?».

Riuscirà la contrastata love story a resistere anche a questa ennesima sorpresa? Il finale dell'episodio è possibilista, e rimanda a ipotetiche nuove puntate di una telenovela potenzialmente infinita.

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