Prêt-à-Porter

3 marzo 2019

Celebrazione derisoria o derisione celebrativa? Malgrado il suo cinismo di facciata, Prêt-à-Porter non dice niente sull'ambiente della moda che non sia già stato detto, anzi, conferma i pregiudizi peggiori sul mondo della haute couture, descritto come un pomposo e autoreferenziale microcosmo in cui imperversano fuffa, ciarlataneria e finto impegno sociale. Per farlo, questo film di Robert Altman recluta, mescolandoli tra il fior fiore delle star cinematografiche internazionali, alcuni tra i più grandi nomi della moda (Ferrè, Gaultier, Lacroix etc.), che accettano di buon grado di incarnare dei fatui che si atteggiano a guru (cosa che Valentino e Karl Lagerfeld hanno rifiutato di fare), mentre altri stilisti reali prestano le proprie creazioni a quelli fittizi presentati nella pellicola.

Questa commistione fa sì che l'intento satirico – come la critica ha notato unanimemente – resti un po' all'acqua di rose... anzi, eau de rose, visto che l'azione si colloca nella settimana della moda parigina. Paradossalmente, sarà quasi quasi più “oltraggioso” il successivo Zoolander, rimanendo nel settore. Ciò non impedisce a Prêt-à-Porter di essere un film godibile e curioso, un po' come una gita allo zoo, ma con animali particolarmente “montati” e pretenziosi; e quasi a ribadire questa impressione di un serraglio variopinto (o di Circo Barnum) Altman piazza con casualità anche alcuni personaggi con qualche tipo di deformità. Non tutte le storie che si intrecciano sono allo stesso livello, e quelle che più si ammantano di mistero (come quelle con Danny Aiello e Teri Garr o con Mastroianni e la Loren) si sgonfiano malamente.

Come prevedibile il reparto LGBT è molto nutrito (con un grande sfoggio di nastrini rossi della lotta all'AIDS): tutti i personaggi sono almeno potenzialmente gay o bisessuali, e difatti, quando la direttrice di una rivista (Sally Kellerman) manda l'assistente a sedurre un fotografo (Stephen Rea) per recuperare delle foto compromettenti, l'assistente chiede «Ma gli piaceranno le donne?». La Kellerman risponde stizzita «Beh, casomai fa' tu l'uomo!».

Tra i personaggi principali abbiamo due stilisti gay, Cy Bianco e Cort Romney (Forest Whitaker e Richard E. Grant), dagli stili abissalmente diversi (il primo urban, mentre il secondo è la versione maschile di Vivienne Westwood, a cui appartiene nella realtà la collezione di Romney), ma che segretamente se la intendono.

Bianco è una checca corpulenta e acida, con un impulso irrefrenabile a dire cattiverie sui vivi e sui morti; è fidanzato col socio Reggie (Tom Novembre), più ragionevole ma con un'aria furbetta. Bianco finge di essere gelosissimo di lui, ma, appena questi volta le spalle, ne dice peste e corna, ed è ansioso di infrattarsi col suo Cort Romney. Quest'ultimo (acido quanto il suo amante Bianco) si presenta con vari outfit in stile Intervista col vampiro, comprendenti ricciolino sulla fronte, cipria e neo finto. Sorprendentemente, Romney è sposato con una donna leggermente mascolina (Anne Canovas), che figura come il suo servo muto; costei però – colpo di scena! – lo tradisce a sua volta con il fidanzato di Bianco. Le due coppie clandestine si ritroveranno per caso a pomiciare in un vagone del metrò adibito a set per il defilé di Bianco e finirà a borsettate... anche se, sorpresi dalle telecamere, ovviamente, i quattro si ricomporranno alla meno peggio e, nella sfilata finale, siederanno fianco a fianco, riconciliati e... nelle giuste combinazioni.

Verso la fine del film, incappiamo persino in una soirée di moda “travestita”, presso la quale scopriremo finalmente lo sciocco segreto di Danny Aiello, il quale è un cross-dresser che si fa comprare i vestiti XXXL dalla moglie Teri Garr. Quando lo stilista di turno è sottoposto all'intervista di rito, si verifica un eclatante fenomeno di doppiaggio raffazzonato.

In inglese l'intervistatrice chiede «What would you say is the difference between a cross-dresser and a transvestite?», e lo stilista risponde ragionevolmente «Well, actually... cross-dresser is just another way of saying transvestite». In italiano lo scambio di battute diventa illogicamente: «Secondo te che differenza c'è tra un bisessuale e un travestito?» «Beh, veramente bisessuale è solo un altro modo per dire travestito», quasi a screditare – in modo del tutto gratuito – l'autenticità della bisessualità (come faceva anche un personaggio gay di Terapia di gruppo dello stesso Altman). Forse il traduttore era una “frocia” molto old-fashioned...

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