Mai far bere un robot

20 agosto 2019

Tutti bene o male conosciamo le tre leggi della robotica fissate da Isaac Asimov:

1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.

2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.

3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Siccome il sapere umano per sua natura progredisce, era inevitabile che prima o poi qualcuno andasse oltre. Josh Janowicz, attore al suo esordio come regista e sceneggiatore, ci ha provato. Life Like costituisce infatti, in buona sostanza, una lunga meditazione sulla quarta legge della robotica (o la quinta, se si vuole tenere in conto la quarta di Asimov, che è una generalizzazione della prima). La potremmo riassumere così:

4. Un robot, se ha bevuto, può andare a letto con tutti, anche se ciò contrasta con la prima, con la seconda e con la terza legge.

Ricapitoliamo: James e Sophie sono una coppia giovane costretta dalle ristrettezze economiche a vivere in un monolocale di circa 120 metri quadrati a New York, con tanto di custode in livrea. Ai più non sembrerà così male, ma che di povertà si tratti lo deduciamo dal fatto che il sogno romantico si infrange subito, quando una telefonata annuncia che il papà di James è morto e i due si ritrovano a vivere in una magione, nonché a capo di un’azienda che produce milioni di dollari a palate. Si ammetterà che al confronto effettivamente prima erano indigenti. Comunque, versione breve: la compassionevole Sophie non sopporta di avere dei servi e licenzia tutti i domestici, sicché il paziente James per disperazione le compra un robot. Ne vorrebbe uno a foggia di piacente fanciulla, ma lei è gelosa e allora lo sprovveduto ne sceglie uno a foggia di (oltremodo) piacente fanciullo, Henry. E così quando lei fa provare al robot un bicchiere di bianco, dopo essersi scrupolosamente informata su che fine farà il vino ingurgitato e come Henry è solito svuotare il suo serbatoio (testuali parole)…

Non pensate troppo male: Janowicz ha una certa dose di ambizioni e scrive dialoghi a profusione sul confine tra umano e non umano e tra lussuria e amore (fissazione che al robot viene nientemeno che dalla lettura di Dickens). Il problema non è tanto il non saper andare oltre questi due piani, bensì il fatto che sul primo la sceneggiatura riesce oltremodo didascalica – anzi commuove persino per quanto è puerile (la morale è: sono i nostri difetti che ci rendono umani…) – mentre sul secondo non va oltre un immaginario porno rudimentale. Basti dire che quando James e Sophie devono testare il loro robot l’unica cosa che venga in mente al suo creatore (che veste come un prete, per evocare facili allusioni alla creazione: piano n. 1) è farlo inginocchiare e fargli leccare la suola delle scarpe di James, peraltro con reciproca soddisfazione. Potrebbe trattarsi invero di una colta citazione da Arancia meccanica ma, anche trascurando che più avanti Henry si inginocchierà di nuovo per fare a James cose che non sta bene scrivere, rimane il fatto che poi ci si muove tra piacenti giardinieri e voyeurismo da bagno, massaggi che degenerano e promettenti bicchieri di vino bianco in pieno pomeriggio. La divisa da lavoro di Henry del resto non lascia nulla all’immaginazione, trattandosi di un’aderente maglietta nera sostituita occasionalmente da una canottiera per le mansioni all’aria aperta (come appunto tagliare il prato). Ma per verità a contarle credo siano di più le scene in cui il robot se ne va in giro senza premurarsi di compulsare prima il suo scarno guardaroba. Insomma il servizievole Henry alla fine non è altro che una versione più sofisticata dell’Orgasmatic del Dormiglione di Woody Allen: la miglioria principale consiste nel fatto che la mattina dopo prepara anche la colazione.

Il colpo di scena finale tutto sommato non è disprezzabile, per quanto, a voler scavare, scateni retrospettivamente una serie infinita di incoerenze, né è del tutto fallimentare il gioco tra sogno e realtà nelle attrazioni reciproche tra James, Sophie e l’avvinazzato robot. Ma alla fine se Life Like ha qualche pregio è come soft porno di fantascienza: certo vorrebbe giocare fuori dalla sua categoria, ma non può fare nulla per evitare che il meglio rimangano i fondoschiena di Steven Strait e Drew Van Acker, esibiti con doviziosa generosità.

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