Le finte bionde

5 ottobre 2019

Le finte bionde, uscito nell'anno di relativa disgrazia (per le commedie italiane) 1988, è un campionario di umanità tutt'altro che varia, anzi, omologata al massimo grado, tanto esibizionista quanto priva di sostanza. La voce narrante di Oreste Lionello si accanisce beffarda sulla specifica tipologia di donne richiamata dal titolo, nonché sui loro mariti bolsi, incolti e “così materiali”, ma la regia di Carlo Vanzina è troppo placida per affondare il coltello nella piaga.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Vanzina col fratello Enrico, si dà invece fin troppo da fare per non lasciarsi sfuggire una sola espressione gergale, un solo status symbol cafone, un solo strafalcione da arricchito ignorante; per questa ragione non arriva mai veramente al nocciolo, anzi, alla radice (pilifera) del fenomeno sociale delle “finte bionde”. Se non altro, come ha notato Lietta Tornabuoni su La Stampa già all'epoca dell'uscita, il film costituisce un preziosissimo reperto per gli storici del costume degli anni Ottanta.

Lasciando comunque da parte i troppi riferimenti effimeri, il reparto battute non è affatto dozzinale (nonostante qualche gag riuscita malissimo, come quella dei domestici stranieri dei vari nouveaux riches) e i personaggi femminili sono attendibili, benché la recitazione del cast sia – a dispetto della natura “corale” del film – abbastanza disarmonica. A farla da padrona è una Cinzia Leone che si sporge al di sopra delle righe come King Kong sull'Empire State Building: forte dei monologhi francavalerieggianti che le sono affidati (disinvoltamente virati al platino), la Leone bagna il naso a tutte le sue omologhe, tranne che alla scafata natural-born-blonde Paola Quattrini, già rodatissima nei panni dell'oca (nei quali si crogiola tuttora a teatro, come nel recente Quartet).

A livello di componenti gaye, il film è meno significativo di molte altre opere dei Fratelli Vanzina: i personaggi palesemente omosessuali (un architetto sprezzante e venale che lucra sugli accessori di un appartamento, un libraio arcigno e altezzoso che irride la semplicioneria della Leone, etc.) sono fatti letteralmente con lo stampino, così come – del resto – lo sono pure le stesse finte bionde... delle quali i gay sembrerebbero peraltro essere i nemici naturali.

Durante un barboso weekend a Cortina, la Leone posa il suo sguardo su di un fusto dal sorriso ottuso: subito si slaccia la tuta fino agli scarponi, si accascia sulla sedia a sdraio per assumere una posa in stile “prendimi, sono tua!”, ma il fusto la oltrepassa con oltraggiosa noncuranza, e va a sedersi al fianco del proprio compagno, col quale si scambia un bacino. La reazione di lesa maestà della Leone è tanto prevedibile quando proverbiale: «Ma non c'è più religione! Giuro che io so' aperta, so' democratica, però 'sti froci non se reggono più! Hanno alzato un po' troppo la cresta!».

Al di là di queste apparizioni (alle quali si può aggiungere quella di Paolo Baroni, il toscanello snob preferito dai Vanzina, che qui però ha al suo fianco una moglie, con la quale non sembra avere molto a che spartire se non il gusto per la maldicenza), il film ha maturato un piccolo seguito “frocio” (in ambito prevalentemente romano, presumo): ne parla lo stesso Enrico Vanzina in Carlo & Enrico Vanzina. Artigiani del cinema popolare di Rocco Moccagatta, ricordando che Le finte bionde «ha guadagnato un proprio status di culto tutto particolare presso certi pubblici, come quello dei gay, che lo adorano. Forse ci vedono tracce di realtà che conoscono bene e per loro è una manna». Non è difficile capire il perché: il gusto per l'ingigantimento del dettaglio frivolo/triviale (già elevato ad arte da Franca Valeri, qui spesso richiamata) e la passione sviscerata per la “ienata” ai danni dei propri simili – nei quali si intravede l'aborrito specchio di se stessi – sono l'autentico carburante di Le finte bionde, nonché il principale tra i suoi (non troppi) pregi.

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