I mitici - Colpo gobbo (e colpo basso) a Milano

6 ottobre 2019

Con uno zinzino di glamour in più nella messinscena e con degli interpreti più carismatici (o forse piuttosto con dei personaggi caratterizzati in modo più singolare), I mitici – Colpo gobbo a Milano sarebbe una perla rara, nello scialbo decennio cinematografico italiano degli anni Novanta. Ma anche così com'è non è da buttar via, anzi, meriterebbe maggior considerazione, in questo clima di rivalutazioni anche inconcepibili.

La regia è vivace e con qualche buona intuizione (cosa che non si può dire sempre dei film diretti da Carlo Vanzina), il montaggio di Sergio Montanari è sempre “sul pezzo” e il cast è sufficientemente spiritoso, con una menzione d'onore per una Monica Bellucci “imburinita” per l'occasione, come l'Edwige Fenech di vent'anni prima in Giovannona Coscialunga, e per la vecchina rinsecchita Mirella Falco, ipostasi di una milanesità già in via d'estinzione nel '94. Anche la sceneggiatura – scritta dai Fratelli Vanzina con i prolifici Benvenuti e De Bernardi – non difetta di grinta e, anche se i personaggi sono un po' sbiaditi (soprattutto quello del roco Ricky Memphis, incolore già di suo), ha tutte le carte in regola per produrre un heist-movie ruspante e divertente.

Peccato però per una caduta di gusto veramente grave (che però non mi impedirà di dare ai Vanzina ciò che stavolta è dei Vanzina) perpetrata ai danni di quell'icona di bon ton che è Umberto Smaila, autore – a onor del vero – di una colonna sonora decorosissima per un film di/del genere.

Smaila è un gioielliere che viene preso di mira dalla ghenga di rapinatori capitanata dal bravo Claudio Amendola. La Bellucci viene incaricata (anzi, si autoincarica) di sfilargli i pantaloni al fine di ottenere una chiave che tornerà utile per il colpo grosso del titolo. Ma ciò che i rapinatori non hanno considerato è che il gioielliere possa guardare i seni della Bellucci... per invidia (come suggerisce la sceneggiatura, lasciando presagire l'imminente sbracamento), e non per desiderio. L'energica vecchietta, membro chiave della banda, non si lascia scoraggiare e istiga gli altri componenti a inviare Amendola, vestito con un orribile completo da “uomo da marciapiede”, tra gli sgallettati che si agitano sul dancefloor della discoteca gay “Marilyn” (sulle note di Living On My Own di Freddie Mercury).

Smaila prevedibilmente dimostra di non essere un sapiosessuale: indirizza il suo baffo marpione verso questo (presunto) marchettone da barzelletta e lo porta a casa come un vero incosciente. Fin qui niente di troppo grave. Ma ecco che gli sceneggiatori ricorrono a una trovata che avrebbe fatto venire i rimorsi persino agli Amici miei monicelliani (tra gli sceneggiatori delle zingarate c'erano proprio Benvenuti e De Bernardi): per permettere ad Amendola di defilarsi prima che la situazione diventi incandescente, Memphis chiama al telefono Smaila fingendosi un suo ex-amante che si è scoperto sieropositivo e che ora è moribondo. Dopo questa “notizia”, ovviamente Smaila non ha più nessuna voglia di fornicare e manda via Amendola elargendogli pure una lauta mancia.

Non escludo che qualche spettatore cinico e/o imbecille abbia riso per questa situazione, ma il fatto che gli sceneggiatori calpestino con tanta disinvoltura ceneri ancora così calde fa venire dei dubbi serissimi sulla loro sensibilità (l'edizione aggiornata di The Celluloid Closet di Vito Russo ci “conforta” comunque sul fatto che, negli anni precedenti, certi autori statunitensi fossero riusciti a fare anche di peggio). Personalmente, vedendo il film con una distanza temporale che rende la rabbia meno cocente, mi urta il pensiero che – se Smaila avesse accettato il corteggiamento interessato della Bellucci – gli sceneggiatori non si sarebbero ingegnati tanto per trovarle una via di fuga: le donne si possono sacrificare alle voglie degli sporcaccioni (specie se in palio ci sono 20 miliardi), mentre la virtù di un ladro “gajardo” e di sani principi come Claudio Amendola non può essere messa in pericolo, a costo di ricorrere a uno stratagemma così crudele.

Nel finale, Smaila – che era stato lasciato in preda ai dubbi più sinistri («No, sa, commissario, questo per me non è un momento sieroposit... ehm, positivo»: anche questa potevano risparmiarsela) – scopre di essere stato ingannato e, in un fuoco d'artificio di equivoci ammiccamenti, ritrova il suo sorriso gattesco... al contrario dello spettatore omosessuale di cui evidentemente gli autori non avevano nemmeno previsto la presenza.

Peccato! Questo colpo basso è una delle ragioni per cui è lecito mandare a quel paese i detrattori del politically correct: del resto, far ridere senza offendere non è poi così complesso, no?

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