Un vizietto per le allodole

21 febbraio 2020

Difficile a reperirsi, salvo che in una versione doppiata in DVD talmente malfatta (persino il titolo è scritto sbagliato, con un’abbondanza di Z degna del primo Abatantuono) da distogliere l’attenzione dalle sue effettive qualità, Il vizietto dell’onorevole è una commedia degli equivoci meno esilarante del film di Édouard Molinaro a cui è stato impropriamente apparentato da quei bugiardi matricolati dei distributori italiani, approfittando della presenza di Michel Serrault e del suo storico partner Jean Poiret. Quest’ultimo, autore e interprete della versione teatrale de Il vizietto (La cage aux folles) nel ruolo poi ereditato da Ugo Tognazzi, è qui sia sceneggiatore che attore.

A onor del vero, Il vizietto dell’onorevole è costruito a sua volta in modo intelligente e non scontato, oltre che con un certo gusto per la suspense, ma una regia più inventiva e attenta al dettaglio di quella generica di Pierre Tchernia avrebbe potuto cavarne fuori qualcosa di memorabile o quasi.

Benché impegnato in un doppio ruolo che potrebbe permettergli di rifulgere, quello del pomposo politico Martial Perrin e del suo rozzo cugino e sosia Brossard, attore di bassa lega, anche Michel Serrault sembra soffrire dell’assenza di un direttore d’orchestra più attento alle sfumature. In compenso, l’elegante Poiret fa la sua figura nei panni del ghost writer di Perrin, Constant, volpino e subdolo.

Le gag veramente divertenti sono tra le più concrete, come quella in cui Brossard, sfruttato come controfigura di Perrin, viene malamente “doppiato” da un magnetofono, dando l’occasione a Serrault – che per il resto recita più con la schiena che con il volto – di dare sfogo al proprio dinamismo mimico.

La dimensione gaya – rispetto alle promesse del grezzissimo titolo italiano – è ahinoi risicata ed è collegata all’alone di mistero che avvolge il passato di Perrin. A rappresentarla c’è nientemeno che l’ex-cattivo jamesbondiano Curd Jürgens, che – sì – ha interpretato ruoli più impegnativi dell’armatore Stromberg di La spia che mi amava (uno dei più flaccidi della saga di 007), ma qui è reclutato per una parte piuttosto simile.

Impersona infatti il torbido Wilfrid, il quale condivide con Stromberg sia il foulard da dandy avvolto al collo, sia un certo gigantismo nei gusti. Ai sommergibili colossali preferisce però – più banalmente – i manieri gotici con tanto di arazzi smisurati e mastini in stile Baskerville. A fare da tappezzeria nella sua magione ci sono anche: 1) degli efebi emaciati coi tipici giubbotti in pelle, classico tra i classici; 2) un falsettista con giacca in vellutino, accompagnato al pianoforte da un vecchietto azzimato; 3) una guardia del corpo con poca roba addosso, eccetto il mitra.

In questo contesto già leggerissimamente stereotipato (mancano solo un pompiere e un pellerossa per completare la formazione dei Village People), Wilfrid si rivela non solo come l’antico compagno di bustarelle di Perrin, ma anche come il suo ex-amante. Alla prima occasione infatti si rivolge a Brossard, che ha scambiato per il cugino, definendolo il suo «piccolo cucciolotto impaurito con cui ho passato ore incantevoli a Mykonos» (inspiegabilmente pronunciato con l’accento sulla prima O). Segue buffetto lascivo.

L’allusione alla paura di Perrin – che passa la prima metà del film a fuggire, senza che lo spettatore sia informato del perché – è dovuta alla minaccia di un criminale latitante che sta assassinando tutti gli ex-complici che lo hanno mandato in galera, i cosiddetti “amici di Gibuti”. Oltre a Perrin, anche Wilfrid fa parte di questo gruppo, e prevedibilmente viene liquidato con un colpo di fucile in fronte, in una scena girata tra l’altro piuttosto male. Fa giusto in tempo, comunque, a confessare a Brossard (sempre credendolo Perrin): «Ti ho molto amato, Martial». Ciò detto, spira melodrammaticamente tra le sue braccia.

Non si può dire che, come sceneggiatore, Poiret abbia sparato le sue migliori cartucce, in questa situazione.

P.S.: Anche Perrin finirà sottoterra, e verrà sostituito definitivamente da Brossard – eterosessuale di provata fede – anche tra le lenzuola, per la soddisfazione della vedova.

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