Grandi magazzini

22 marzo 2020

L’unica cosa irresistibile di questo film all-star di Castellano & Pipolo è la tentazione di fare facile ironia sul fatto che gli sketch proposti dall’inscindibile duo di cineasti, con l’ausilio del fior fiore della comicità anni Ottanta, siano invero dei fondi di magazzino. Tutto sa di vecchio, e la tanto decantata assenza di volgarità di cui Castellano & Pipolo si fregiavano, quasi per sentirsi legittimati nel plagiare allegramente i classici hollywoodiani nei precedenti Asso e Mia moglie e una strega, qui vale relativamente. Per soprammercato, un retrogusto un po’ sdolcinato appesantisce il tutto.

Potrebbe andare peggio, però: potrebbe esserci Celentano.

Gli attori impiegati attingono al proprio repertorio senza sprecarsi più d’un tanto, e non è un caso che, in questo contesto polveroso, a funzionare meglio siano i “padri nobili” della commedia, i quali elargiscono magnanimamente il loro mestiere: Nino Manfredi che fa il divo decaduto e alcolizzato, Paolo Panelli che, con l’altrettanto simpatico Gianni Bonagura, impreziosisce le gag antiquate del suo erede spirituale Enrico Montesano, iellato omino delle pulizie. Paolo Villaggio porta la sua dote di fantozzismo assieme a Gigi Reder, e – a voler chiudere più di un occhio sul fatto che la loro gag sia un furto da Il dormiglione di Woody Allen – un sorriso può anche scappare. Cosa che non accade, purtroppo, nelle scenette interpretate da Lino Banfi (accompagnato dalla figlia Rosanna, qui presenza a dir poco pleonastica), artista di strada con la missione – paradossalmente – di far sorridere la gente. Labbra serrate anche per certi intermezzi comici, come quelli di Massimo Boldi e di una Heather Parisi imbambolata, che farebbero tacere per protesta persino le risate preregistrate di Paperissima.

L’unica ragione per menzionare Grandi magazzini in questa sede deriva da un’immortale battuta di Renato Pozzetto: «Vedi tesoro, ho scoperto che mi piace il pesce!». Ma andiamo per ordine: Pozzetto è un corriere vessato da un odioso caporeparto (Victor Cavallo). Le sue miserie sono repentinamente interrotte dall’incontro con un silver-daddy dal sorriso maliardo (Franco Fabrizi), cui deve consegnare un pacco. A preparare il terreno a questa svolta della trama (simpaticamente buttata lì, come il risvolto gay dell’incontro tra Paolo Villaggio e Maurizio Micheli nel coevo Rimini Rimini) concorre il fatto che Franco Fabrizi sia appena stato lasciato da tale Mimì, che Pozzetto – lento di comprendonio come sempre – tarda a capire essere un uomo. Per fortuna Fabrizi ha i riflessi più pronti e coglie l’occasione per trovare in Pozzetto il fatidico «altro più bello / che problemi non ha». Contento lui…

Invita quindi il fortunato corriere per un pranzetto ittico sullo yacht dove vive. Dal pranzo si passa alla cena, e dalla cena al resto. Ciò giustifica la battuta di Pozzetto, mantenuto e contento, rivolta all’ormai ex-caporeparto per spiegare il radicale cambiamento del suo tenore di vita. E mentre il caporeparto se ne va mogio mogio, umiliato dall’opulenza del suo antico sottoposto, Pozzetto urla: «Togliete gli ormeggi e salpate le ancore, si parte per un viaggio da sogno in paesi inesplorati». In senso reale e metaforico, è lecito supporre.

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