Il moralista

26 aprile 2020

Satira esasperata ma gustosa del puritanesimo all'italiana, questa commedia di Giorgio Bianchi è da un lato un prezioso documento d'epoca, dall'altro un patchwork di interpretazioni brillanti ma un tantino manierate, a cura di attori impegnati in personaggi a loro molto congeniali: la civettuola zitella di Franca Valeri, il damerino agé e un po' impacciato di Vittorio De Sica, il solito figuro un po' viscido di Franco Fabrizi.

Su tutti svetta di prepotenza Alberto Sordi, cui il "moralista" del titolo consente di portare alle estreme conseguenze la sua inimitabile poetica, fatta di caratterizzazioni estroverse e ripugnanti. Specialmente nella prima parte del film, la regia di Bianchi - per certi versi abbastanza statica - valorizza abilmente le molteplici risorse della sua espressività, dallo sguardo, minaccioso nella sua fissità, alla camminata da invasato in stile "cacciata dei mercanti dal tempio".

In questa sede il film è interessante perché - nel mondo di ruffiani e ruffiane che presenta, in cui l'occasione fa sempre e comunque l'uomo... laido - i cinque sceneggiatori, tra cui Rodolfo Sonego, seminano qua e là rapidi accenni alle "differenze sessuali", compatibilmente con la rigidità della censura del 1959. Già nei primissimi minuti, dal bar di Franco Fabrizi, chiuso su istigazione di una schiera di agguerrite madri di famiglia, esce un signore "sospetto" dalla voce melata (Alfredo Bianchini, doppiato da Oreste Lionello) a cui un poliziotto domanda cosa facesse in un simile locale, frequentato perlopiù da ragazzini oziosi.

«Oh bella! Giocavo al biliardino» asserisce altezzoso Bianchini, ma il poliziotto - come lo spettatore medio dell'epoca? - non ha bisogno di approfondire per intuire che costui ronzi attorno ai giovinotti, e lo liquida con un'occhiata di sguincio che dice tutto. Nello stesso anno del Moralista, esce Un maledetto imbroglio di Pietro Germi, in cui un patetico commendatore avanti con gli anni risulta essere un volto noto ai giovinastri che si assiepano attorno ai jukebox di una certa bettola, i quali infatti lo stuzzicano non appena lo vedono entrare. Persino in un periodo del cinema italiano in cui la rappresentazione dell'omosessualità era a uno stato quasi embrionale, la combinazione "borghese di mezza età + ragazzi di borgata" doveva essere sufficientemente rivelatrice.

Più avanti nel film, quando Agostino, il moralista eponimo si svela uno sfruttatore della prostituzione, tra le ballerine di colore che recluta durante una trasferta a Monaco ce n'è una di cui si sussurra che in realtà sia un uomo, riciclatosi come danseuse per evitare il servizio militare... un altro luogo comune ripetuto in mille salse negli anni successivi e ispirato, forse, al passato in divisa della leggendaria diva dello strip-tease Coccinelle, vigliaccamente svelato dalla voce narrante di Europa di notte di Alessandro Blasetti, campione d'incassi della stagione 1958-1959. Data l'epoca, agli sceneggiatori non interessa se la ballerina (che al momento giusto sfodera, ovviamente, una voce da basso profondo) sia da intendersi come una persona trans, ma colgono l'occasione per giocare sui dubbi di Sordi a proposito dell'opportunità di lasciar dormire questa "intrusa" assieme alle sue colleghe.

Un'ultima suggestione proto-LGBT: a metà del film, Sordi si reca in un tabarin assieme a due attempate e ruvide dame della stessa lega della moralità cui lui stesso appartiene, così da assistere con trepidante sdegno ai livelli di degradazione raggiunti dall'aberrante pratica dello spogliarello. Sordi alterna spasmi di piacere a fremiti di indignazione, naturalmente di facciata. Ma quando, al termine di un numero, il moralista porta via frettolosamente le due dame (così da poter tornare da solo poco dopo), entrambe le signore non riescono a staccare gli occhi dal palco, con irrefrenabile curiosità per una materia così scabrosa. Attrazione-repulsione?

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