The Paris Diary & The New York Diary 1951-1961

17 giugno 2020

Da ciò che mi par di capire, questa raccolta di annotazioni diaristiche pubblicata (nella veste attuale) nel 1967 non riscuote grande plauso fra i compatrioti del musicista americano Ned Rorem (nato nel 1923 e tuttora vivente), probabilmente per ragioni che tutto sommato esulano dalle sue qualità letterarie: la sensazione che Rorem sia snob e il modo in cui parla della propria omosessualità. Lo snobismo del compositore americano starebbe nel fatto che durante il soggiorno a Parigi era ospite di Marie-Laure de Noailles e frequentava molta gente celebre, da Nancy Mitford a Francis Poulenc, da Cocteau a Boris Kochno, da Ciccolini a Charles Henri Ford, da Menotti a Bernstein: ma mica era colpa sua se era un bel ragazzo, scriveva musica che piaceva ed evidentemente risultava di buona compagnia, nonostante ciò che spesso dice di sé stesso, visto che lo invitavano un po' dappertutto; i censori che lo giudicano tanto acerbamente per il suo amore verso la vita in società senza dubbio bramerebbero, sotto sotto, essere al suo posto: solo che con ogni probabilità nessuno li vorrebbe a cena o a passarci assieme le vacanze, musoni e noiosi come sono. Quanto alle storie sentimentali di Rorem, e alle sue avventure occasionali, data l'epoca piuttosto vereconda e omofoba in cui scriveva, mi sembra che ne parli assai liberamente, benché non con entusiasmo: ebbe relazioni altalenanti, e in particolare una con un italiano di Dorno, che indica con le iniziali P.Q., e una con un francese di nome Claude, che si concluse in modo ben più sofferto dell'altra, terminatasi probabilmente per mutuo esaurimento del desiderio. Forse Rorem era più simpatico quale compagno di bevute od ospite a cena, che come innamorato.

Sebbene affermi di avere scritto poco di musica in queste pagine, ogni tanto ne discorre, in ispecie per menzionare i suoi colleghi che non gli vanno a genio: non gli garbavano i valzer di Strauss e la musica di Berlioz, ma viepiù detestava la dodecafonia, cosa che, scritta negli anni Cinquanta e Sessanta, sonava particolarmente blasfema; inutile dire che a Parigi fra lui e Pierre Boulez c'era un muro invalicabile: ma Pierre Boulez da giovane doveva essere così odioso che a starne lontani non c'era che da guadagnare in buon umore. L'accusa rivolta più volte in queste pagine contro la dodecafonia è quella ormai diffusamente fatta propria dall'odierna storiografia musicale, ossia l'aver anteposto la scientiaal piacere dell'ascolto; e in effetti, anche se molte composizioni dei primi dodecafonisti, come Schönberg o Berg, intendevano ancora coniugare l'approfondimento della tecnica compositiva testé ideata e una qualità stilistica che fosse magari difficile ed impegnativa per l'ascoltatore, ma non decisamente ostile alle sue aspettative, la deriva cupa del dopoguerra finì per guardare con sospetto, e spesso anche con avversione, il piacere in sé dell'ascolto: poi magari si qualificavano come rozzi filistei quei poveri spettatori paganti che dicevano "Tiè, alla prossima non mi vedi più!", rifiutavano di fare i martiri più d'una volta, e a Boulez preferivano Puccini o Mascagni. A proposito, con un granello di perfidia Rorem nota che sovente, appena sotto la patina rigorosa delle nuove musiche, serpeggiava invincibile il vecchio linguaggio nazionale: perfino echi di melodramma italiano in Luigi Nono.

Il Nostro era un lettore vorace, e si vede da come scrive: purtroppo non gl'interessava tenere partitamente traccia delle sue letture in questi quaderni, o almeno nella parte scelta per la pubblicazione; confessava invece una certa sua cecità verso le arti figurative: il che si nota molto quando riferisce dei viaggi e delle escursioni in Italia; invece aveva occhio per i colori della natura. Parlo al passato anche se Rorem è ancora vivo, perché nel frattempo potrebbe essere cambiato: dei suoi diarî ho letto soltanto questo. Particolare curioso, il tema più ricorrente nel libro è quello più sordido, cioè l'amore del Nostro per il bere, che condivideva peraltro, ad esempio, con un suo grande collega come Brahms: ne parla molto, in ispecie nella parte americana del diario, allorché il problema divenne particolarmente drammatico; qualche volta dà resoconto anche di sogni sadici od orribili, forse cagionati o favoriti dall'indulgere soverchio alle bevande alcoliche. Proprio per tale ragione la seconda metà del libro, ambientata in particolare fra Nuova York, Buffalo e Saratoga Springs, appare più claustrofobica e lugubre della prima, dove Rorem vive prevalentemente in Francia, in cui, all'opposto, molte pagine brillano per ironia e ariosità: l'autore negli Stati Uniti si sentiva per certi versi a casa, ma per altri estraneo, rifiutato e incompreso. Alla fine lo vediamo sulla via del ritorno a Parigi: ma, al contrario di altri suoi colleghi espatriati, non vi sarebbe rimasto per sempre. La scrittura è curata, molto ricca, punteggiata di aneddoti a volte spiritosi e brillanti. Peccato, anzi, che Rorem a volte sia fin troppo stringato e reticente: sarebbe carino sapere ad esempio che cosa gli raccontasse Nancy Mitford mentre passeggiavano per la campagna del Midi. Quanto ai personaggi celati al lettore perché ancor vivi al tempo della prima edizione, credo che la Violet T. di cui è menzione a p.242 sia la Trefusis, opportunamente nascosta con un'iniziale visto che Sir John Pope-Hennessy l'aveva appena definita "that stupid pretentious lady"; ma chi sarà il Douglas C. che poco prima, sempre a Firenze, Sir Harold Acton aveva chiamato "loathsome hypocritical snake"? Qualcuno mi può aiutare? A proposito, apprendiamo che "Acton's Jamesian mother" serviva cocktail al posto del tè, e aveva a Villa La Pietra "the most beautiful gardens in the world (with a gardener still more beautiful than his roses)". J'adore.

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