Copycat - Omicidi in serie

7 novembre 2020

La poliziotta piccola ma tosta; il collega belloccio e frescone; il capo burbero e misogino; la criminologa traumatizzata in disarmo e il serial killer nerd che gioca coi suoi nervi come il folletto che faceva i dispetti a Torquato Tasso; a mo' di bonus, un altro folle che mulina orribilmente la lingua «per avere più carisma e sintomatico mistero», come direbbe Battiato.

A una formazione tanto convenzionale manca solo l'amico del cuore gay della criminologa, un po' promiscuo ma infinitamente paziente... e infatti c'è!

Questi ingredienti "da manuale" potrebbero originare un thriller men che mediocre. Eppure bisogna ammettere che Copycat - Omicidi in serie si difende bene, vuoi perché la regia di Jon Amiel ha classe, nel suo genere, vuoi perché la poliziotta piccola ma tosta è la coriacea Holly Hunter, o perché la criminologa traumatizzata è una scarmigliata Sigourney Weaver. Il collega belloccio è invece Sua Inespressività Dermot Mulroney, ma il personaggio viene liquidato in tempi ragionevolmente brevi.

La storia ruota attorno a un folle dal QI sopra la media ma privo di personalità, che si diverte a confondere la polizia con l'eclettismo dei propri omicidi: di volta in volta le vittime sono "messe in posa" con minuzia maniacale, in modo tale da ricalcare le scene dei delitti perpetrati dai più blasonati assassini seriali. Manco a dirlo, l'unica persona in grado di decifrare questa logica perversa è la criminologa squinternata, su cui il killer vuole far colpo a tutti i costi grazie alla propria "cultura figurativa". Alla prova dei fatti, però, ben più agghiaccianti dei suoi misfatti sono le datatissime grafiche computeristiche con cui minaccia la povera Sigourney.

Come nella miglior tradizione, la persecuzione di quest'ultima si sviluppa a mo' di spirale, partendo da lontano e colpendo via via le persone che le sono più vicine. Quale miglior bersaglio quindi dell'amico gay Andy (nome "homo" per eccellenza, forse ex-aequo con Todd, nei film americani), la cui unica colpa è quella di aver continuato a sopportare la nervosissima Weaver, soccorrendola nelle sue crisi di iperventilazione?

Interpretato senza particolari guizzi da John Rothman, lo sfortunato Andy va incontro a una bruttissima fine modellata sugli omicidi commessi dal famigerato Jeffrey Dahmer, adescatore e uccisore di omosessuali. Il killer copione lo abborda in un locale dove Andy si è recato con un amico per una serata a tema anni Settanta, lo droga con un cocktail corretto, lo soffoca con un sacchetto e poi lo decapita.

Questo efferato omicidio ha il suo perché, se lo si considera nell'ambito della malsana poetica dell'assassino. Di base però il personaggio di Andy esiste soltanto per aggiungere un elemento di varietà tra le metodologie omicide emulate dal killer (il Dahmer "originale" era morto un anno prima dell'uscita del thriller, quindi le sue gesta erano ancora impresse nella memoria del pubblico).

Inoltre, Andy rappresenta la prosecuzione di una (in)gloriosa tradizione di omosessuali hollywoodiani sacrificati nel più miserabile dei modi prima della fine del film.

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