Orfani di padre

3 marzo 2008, “Pride”, Ottobre 2007

Conquistati dalle nuove frontiere della letteratura gay dei paesi anglosassoni che sembra aver esaurito la fase rivendicativa per approdare ad una rappresentazione più complessa del mondo gay, ma anche da qualche buon libro italiano dove sembra ormai scontato che essere gay è solo una variante del comportamento affettivo e sessuale di uomini e donne, rischiamo di dimenticare che la realtà della provincia italiana è molto lontana da questi approdi e che Ancona non è New York, e nemmeno Milano o Roma.

Ce lo ricorda il marchigiano Michele Gabbanelli, già autore nel 2003 del romanzo Perduti in un vagare adriatico e di alcuni racconti apparsi nelle antologie Men on Men curate da Daniele Scalise.

In questo nuovo libro Gabbanelli ci parla di padri e di figli e come se volesse dimostrare una sua verità sui rapporti generazionali, fa seguire ad ogni titolo una tesi che il racconto dovrebbe dimostrare. Così il primo racconto Orfani di padre, che dà il titolo all'intera raccolta, è seguito dalla didascalia "o del come chi non ha padre debba darsene uno", il secondo, Love letters dovrebbe essere la dimostrazione "del come quello dei padri sia il mestiere più duro e non stia ai figli di giudicarli" e così di seguito fino all'ultimo, Polaroid " o del come in fondo figli e padri siano una cosa soltanto". In realtà tutta la raccolta, letta da un punto di vista gay, potrebbe essere seguita da un'altra didascalia del tipo "del come padri e figli siano irrimediabilmente fregati dall'omofobia interiorizzata e dal pregiudizio piccolo borghese della rispettabilità". A rendere infatti inadeguati i tentativi di fare i genitori di molti dei personaggi di questi racconti e frustrante il ruolo di figli c'è sempre l'omosessualità clandestina, ci sono le incrostazioni della rispettabilità piccolo-borghese, c'è l'assenza di autostima che tronca sul nascere anche le storie gay che all'inizio potrebbero far pensare a sviluppi più liberatori.

Così la storia di Danilo che ha rimorchiato John in un cesso dell'aeroporto di Heatrhow a Londra, dove è andato con l'immancabile fidanzata, e poi lo ha portato in Italia dove lo ha fatto conoscere pure alla madre, finisce miseramente con il suo matrimonio con l'eterna fidanzata e con il battesimo del figlio al quale viene dato il nome di John... e solo lui e sua madre sanno perché. Ci sono nel racconto alcuni momenti interessanti che sottolineano con incisività la peculiarità di certo fatalismo che caratterizza spesso i gay italiani. Quando John gli chiede "Perché non ti sei avvicinato e non mi hai chiesto semplicemente ' ehi, ti va di bere qualcosa?' Che bisogno c'era di tutto il teatro nei cessi? Danilo, narratore in prima persona, chiosa :"Gli ho spiegato che qui da noi è così che funziona". Emblematica la conclusione del racconto: mentre la vita di Danilo procede miseramente e ipocritamente tra i tentativi di fare carriera con l'aiuto del suocero e qualche capatina clandestina in cerca di compagnia maschile "fra le ombre di Montecaprino", veniamo a sapere che John vive felicemente con il suo nuovo compagno a Long Island.

In un altro racconto si narra la storia d'amore di altri due uomini "rispettabili", uno è un "onorevole" sposato con un figlio, l'altro è un medico, anche il loro ovviamente è un amore clandestino e "neanche nella tollerante Roma del Pride osano scendere assieme". Altrove c'è una madre che butta con disperazione il figlio gay tra le braccia di una donna : "Sposalo. Se lo sposi, vi compro casa, tutto". I due accettano, ma poi li troviamo, lei innamorata senza speranza di un immigrato dalla Croazia, e lui, flaccido e invecchiato anzitempo, in chat a spacciarsi per un bel ventitreenne.

Non sono belli i personaggi di questi racconti, padri omofobi che urlano ai figli "ti stacco la testa se non sei come gli altri", figli vigliacchi e infelici che quando provano a ribellarsi sono velleitari e si compiacciono fatalisticamente della loro sofferenza convinti che nessuno li capisce e che solo loro soffrono tutto il dolore del mondo.

In un racconto dal titolo Goal apparso in una delle antologie Men on Men Gabbanelli rappresentava l'omofobia in un liceo di provincia attraverso un personaggio che partecipava all'aggressività del branco contro quello che sembrava l'unico gay della scuola , ma poi, nel corso del racconto il personaggio approdava alla consapevolezza di sé, capiva che tutta quella omofobia era solo la paura della sua omosessualità e alla fine riusciva a proclamare con fierezza la sua identità. Qui invece non c'è nessun personaggio positivo. Gabbanelli non vuole essere in nessun modo consolatorio e in maniera impietosa, con una scrittura dura e complessa che procede spesso per frammenti, ci dà un quadro inquietante e terribilmente vero dell'orrore della provincia italiana.

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